Leone XIV il 30 ottobre scorso ha votato per corrispondenza ed è il primo Papa a farlo nella storia. È quanto leggiamo sui giornali dei giorni scorsi, che riportano anche il pensiero del Pontefice riguardo al «diritto e al dovere dei cittadini di partecipare ai processi democratici».
Media e comitati politici, con leggerezza, hanno subito dato per scontato l’orientamento di quella scheda. Leone XIV è subito stato collocato d’ufficio tra le file dei Democratici, immaginando il suo voto come un siluro teleguidato contro i Repubblicani. Ma la democrazia custodisce un dogma inviolabile: la segretezza del voto. Dunque nessuno sa dove il cittadino Prevost abbia tracciato la sua preferenza. Potrebbe aver scelto di valorizzare i temi etici sostenuti dai conservatori. E tuttavia i riflettori rimangono accesi sul gesto, per dimostrare al mondo che il Papa può spostare le masse.
Oggi, Sky TG24 ha mandato in onda un video in cui Papa Leone XIV, durante l’udienza generale del mercoledì, pur con stile contenuto, parla di politica e di economia: «Impegnarsi nell’economia e nella politica puntando al bene comune è un modo di costruire la pace. Politica si prenda cura di chi subisce ingiustizie».
Un monito che l’omiletica vaticana chiama pastorale, ma che risuona come un preciso manifesto d’intenti a urne ancora calde. La testata La Stampa, invece, senza esitazioni, assegna al gesto di Prevost il valore di una rottura storica, parlando apertamente di addio a Donald Trump e decretando il definitivo «voltafaccia della Chiesa USA al Tycoon». La matita del Pontefice viene così trasformata, a mezzo stampa, in uno strumento di attuazione politica. Forse è un’interpretazione eccessiva, ma certamente è ancora viva l’immagine del Papa che a Pantelleria e a Rimini non esita a esprimersi su confini non suoi.
La lunga notte di midterm del 4 novembre sembrerebbe dar ragione a questa supposizione. E la mente, sull’eco dei nomi e dei poteri, corre alla storia. Notte di Natale dell’anno 800. Nella maestosa Basilica di San Pietro, illuminata dal sommesso chiarore delle candele e pervasa dal profumo dell’incenso, si consuma l’atto che segnerà per secoli i rapporti fra Stato e Chiesa. Papa Leone III solleva tra le mani una maestosa corona e la depone sul capo del re dei Franchi. Carlo Magno. Il guerriero che ha sottomesso l’Europa con il ferro e con il sangue è in ginocchio davanti al pontefice, accettando che la sua immane forza militare diventi autorità sacra. In quel gesto di inginocchiarsi c’è un patto tacito e gigantesco: il sovrano riconosce che il suo potere deriva direttamente da Dio. Il Papa, dal canto suo, ottiene una spada terrena a difesa della fede, sottomettendo idealmente il trono all’altare sotto lo sguardo silente del mosaico absidale.
Al tempo fu un atto di mutua legittimazione. Papa Leone III, debole politicamente in un contesto in cui il potere temporale della Chiesa era la norma, cerca la protezione militare del re dei Franchi; Carlo Magno ottiene l’investitura divina.
Per l’allora Papa la corona, un oggetto visibile, splendente, pesante, teatrale. Per Leone XIV, la carta di una scheda elettorale e l’inchiostro di una matita copiativa. Ed entra nell’ingranaggio della democrazia. La sacralità cambia forma, ma anche questo gesto lo posiziona.
Se dal punto di vista formale e legale la scheda di Robert Francis Prevost vale un singolo voto nel distretto di Chicago, dal punto di vista politico ed ecclesiastico il gesto di Papa Leone XIV è un atto di «soft power» di proporzioni globali, capace di orientare masse immense proprio come faceva il suo predecessore Leone III nell’anno 800. E questo indipendentemente dalla preferenza espressa.
Una scheda elettorale che è già stata interpretata e, anche se in realtà non possiamo scommettere sul voto dato, diventa un potente messaggio pastorale e politico ai milioni di cattolici americani, offrendo una sponda morale a quella parte di elettorato cattolico che si sente distante dalle politiche trumpiane su immigrazione e welfare.
Nell’anno 800, la Chiesa aveva bisogno della forza militare di Carlo Magno per difendere i propri confini fisici e il proprio potere temporale. Il patto era alla luce del sole: io, Papa Leone III, ti do la corona del Sacro Romano Impero; tu, Carlo Magno, mi dai i tuoi soldati. Era un clericalismo muscolare, persino onesto nella sua durezza.
Oggi, il clericalismo di Papa Leone XIV si è fatto semplice e non immediatamente percepibile. Prevost potrebbe voler sottolineare il suo dissenso con le scelte di Trump e soprattutto rispondere alle forti accuse del tycoon di ingerenza nei temi politici estranei alla fede. Si veste da privato cittadino di Chicago. Rinuncia alla maestosità dell’altare, si mette metaforicamente in fila alla posta e spedisce una scheda elettorale per le midterm. Un nuovo atto di protagonismo politico del clero del XXI secolo.
Trump si presenta ai comizi con toni quasi messianici, forse una forma moderna di autoconsacrazione alla Carlo Magno. Il Papa rivendica che la vera guida spirituale della Chiesa universale è a Roma, non a Mar-a-Lago.
Mutua convergenza tra Leone III e Carlo Magno, forte e aperta tensione politica tra Leone XIV e Donald Trump. Papa Leone XIV ha espresso pubblicamente dure critiche verso la linea dura di Trump sull’immigrazione e sulla gestione dei conflitti esteri. Il voto di Leone XIV alle midterm sembra un atto di contrapposizione o di bilanciamento politico, espresso non ex cathedra, ma tramite una comune scheda elettorale.
Quando un Papa alza la mano per benedire, parla a milioni di persone. Il voto, anche senza conoscerne la scelta politica, senza precedenti nella storia, sprigiona una potenza comunicativa incontrollabile. La massima autorità spirituale del pianeta ha scelto di partecipare attivamente al destino politico dell’America in un momento di profonda polarizzazione.
Se nella notte di Natale dell’anno 800 il potere si muoveva attraverso la sfarzosa e visibile teatralità di una corona calata dall’alto, nel novembre 2026 il potere Vaticano si muove nel silenzio di una scheda elettorale spedita per posta. Il Papa oggi sussurra alle masse americane, ponendosi come un attore politico raffinato e imprevedibile attraverso un gesto in guanti bianchi.
Sono lontani anche i tempi di Giovanni Paolo II. Eppure, se la Polonia è uscita dal giogo dell’estrema sinistra e il blocco sovietico è crollato, lo si deve in gran parte alla sua opera di altissima diplomazia. Wojtyła non assunse mai posizioni di opposizione partitica frontale. Lavorò per la sua patria con discrezione, tatto e un’immensa autorità morale, parlando alle coscienze e non ai comitati elettorali.
Mentre nell’800 l’intervento di Leone III si concretizzava nella solennità visibile di una corona e nel 1980 quello di Wojtyła si manifestava nel risveglio spirituale dei popoli, oggi, nel 2026, l’azione della Chiesa si concreta nel segno discreto di un voto per corrispondenza. Il potere di orientare le masse si è oggi ridimensionato, preferendo l’arena semplice di un diritto civile. Ma rimane sempre vero che il vero potere non è necessariamente quello che costringe gli uomini a obbedire, ma quello che riesce a orientare ciò in cui credono.
Teresa Casamichela, 5 novembre 2026
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