Evidentemente Papa Leone XIV è caduto succube di quella corrente vaticana da secoli antisemita e recentemente filoislamica; ma a propagandare frottole e fake news ci bastava già il cardinale Pizzaballa senza dover aggiungervi pure le castronerie del Santo Padre.
Invece di recente il pontefice è scivolato malamente sulle questioni israeliane: nel novembre scorso si era già sbilanciato dicendo “il tema della Cisgiordania e dei coloni è complesso; Israele aveva fatto una cosa e poi ne fa un’altra. Vogliamo cercare di lavorare insieme, per la giustizia per tutti i popoli”. E all’Angelus di qualche giorno fa ha fatto di peggio:
Rinnovo il mio appello affinché cessino le ripetute violenze contro la popolazione civile palestinese in Cisgiordania. Chiedo con urgenza alla comunità internazionale di fare in modo che progredisca la soluzione a due Stati per una pace giusta e duratura.
La “soluzione a due stati”
È incredibile quante imposture e ingiustizie siano racchiuse in queste affermazioni. Innanzitutto, la decantata “soluzione due Stati” è un’asserzione abominevole dato che Israele per ben almeno sei volte ha accettato formalmente di cedere le proprie terre agli arabi affinché creassero un loro nuovo Stato arabo: nel 1937, 1938, 1948, 1993, 2000, 2010. E tutte le volte gli arabi hanno rifiutato questa soluzione, ancor prima di Arafat, e poi egli stesso, l’Olp, l’Ap, Hamas, Fatah, Abu Mazen, poiché essi non vogliono un altro Stato, ma semplicemente occupare Israele e sterminare la sua popolazione sostituendovisi, come dichiarato da sempre sui documenti pubblici e proclami ufficiali di Olp e Ap.
Mentre perfino gli altri Stati arabi hanno sempre osteggiato la creazione di un altro Stato beduino ai loro confini. Quindi è ora di finirla di indicare questa stupidaggine come soluzione alla questione mediorientale, specie dopo il massacro del 7 Ottobre con cui gli arabi si sono preclusi definitivamente ogni accordo con Israele.
L’equivoco della “Cisgiordania”
Poi chiamiamo le cose col loro nome: la Cisgiordania non esiste. Esistono Samaria e Giudea, regioni israelitiche da millenni e israeliane in base alla dichiarazione Balfour del 2 novembre 1917, alla Conferenza di Sanremo dell’aprile 1920, alla League of Nations Mandate for Palestine del 16 settembre 1922, e dalla costituzione dello Stato di Israele del 14 maggio 1948, approvati da tutta la comunità internazionale, così come furono approvate le costituzioni dei nuovi Stati di Transgiordania, Iraq, Siria, eccetera nati contemporaneamente.
“Cisgiordania” è il nome che fu inventato dagli arabi transgiordani quando nel 1948 invasero militarmente Samaria e Giudea occupandole. Gli israeliani le liberarono nel ’67 quando furono nuovamente attaccati dagli eserciti beduini, e all’epoca l’errore madornale fu di non espellere gli arabi che nel frattempo vi erano stati fatti confluire da Iraq, Siria, Giordania, Egitto (lo stesso Arafat era egiziano); quindi oggi chi occupa abusivamente questi territori israelitici e israeliani, non sono gli israeliani bensì gli arabi.
Gli accordi di Oslo
Con gli illusori Accordi di Oslo, “terra in cambio di pace”, Israele accettò di cedere questi territori agli arabi (oltre alla Striscia di Gaza israeliana), e i negoziatori li divisero in tre zone: A, B, e C.
Zona A: circa il 18 per cento del territorio, comprese le principali città ora occupate dagli arabi: Ramallah, Betlemme, Nablus, Gerico. L’Ap gestisce sia l’amministrazione civile sia la sicurezza interna.

Zona B: circa il 22 per cento del territorio, ossia centinaia di villaggi e aree rurali abitate dagli arabi.
L’amministrazione civile e i servizi sanitari/scolastici sono arabi, ma il controllo della sicurezza è affidato a Israele.
Zona C: circa il 60 per cento del territorio, con aree urbanizzate israeliane, aree strategiche, la Valle del Giordano e le zone deserte. Israele detiene il controllo totale su sicurezza, pianificazione territoriale e permessi di costruzione.
Nelle Zone A e B è vietato e molto pericoloso l’ingresso di persone non arabe. Nella Zona C, invece, entrano regolarmente gli arabi per lavorare o curarsi in Israele.
Queste aree non sono divise in modo lineare e geometrico, bensì a macchia di leopardo, col risultato che le zone si intersecano le une con le altre. Ora, non si capisce perché gli abitanti che vivono dirimpetto gli uni agli altri, in pratica nei medesimi quartieri, se sono arabi sono chiamati “arabi” ma se sono israeliani sono definiti “coloni”.
Non c’è nessun colono in Samaria e Giudea, nessuno colonizza nulla, ci sono solo cittadini israeliani che vanno a vivere lì – rigorosamente in Area C – dacché le abitazioni costano meno che a Tel Aviv. E i pochi israeliani che di mestiere fanno gli agricoltori assumono e danno lavoro proprio agli arabi, mentre non sia mai che accada il contrario.
Da queste zone in 80 anni sono partiti migliaia di attacchi, aggressioni, attentati, omicidi, bombe, razzi, intifade, kamikaze contro i civili israeliani. Quindi ora tutte le strade sono recintate e chiuse da sbarramenti, coi check-point per controllare i passaggi dalle parti arabe a quelle israeliane: in questo modo si riescono a contenere le violenze degli arabi a danno degli israeliani.
Al netto dei casi individuali, non esistono “violenze dei coloni ai danni dei palestinesi”: non esistono coloni, non esistono le loro violenze, non esiste nessuna occupazione israeliana, non esiste nessun insediamento illegale israeliano, non esistono neppure i palestinesi, termine inventato da Arafat nel 1967 per designare gli immigrati beduini in Israele e che invece sino a quel momento era sinonimo da secoli di israelitico.
Quindi non è come dice il papa “Israele aveva fatto una cosa e poi ne fa un’altra”: se Israele per 80 anni ha accettato tutte le richieste della comunità internazionale, compresa la cessione territoriale agli arabi di Gaza, Samaria e Giudea, ora dopo il 7 Ottobre le cose sono cambiate.
E se il Santo Padre ha da dire qualcosa per invitare il Medio Oriente alla pace, l’ultimo a cui deve rivolgersi è Israele, che ci ha sempre provato e sempre è stato tradito. Aspettiamo di sentire le parole di condanna del Vaticano sulle violenze arabe ai danni degli israeliani, e magari anche ai danni degli ebrei in tutto il mondo, visto l’antisemitismo nazista risorto a distanza esatta di un secolo, cui il silenzio della Chiesa ha contribuito.
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