Milano Quotidiano

Garantismo per Ranucci, il feudatario del giornalismo senza imperatori

Non è nemmeno indagato, ma il caso Lavitola pesa: il feudatario dell'informazione rischia di perdere il suo esercito

Sigfrido Ranucci
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Report mi piace? No. Ranucci mi piace? Men che meno. Che la sua conduzione, ma direi l’intero programma, abbia una chiara connotazione politica è lapalissiano. Il problema al massimo è del centrodestra che non riesce a mettere su un gruppo di professionisti di pari livello per fare inchieste di sponda opposta. In generale, non mi piace il giornalismo a tesi, ma – nel tempo dei feudatari dell’informazione del terzo millennio e delle fazioni opposte – non c’è spazio per le mezze misure.

C’è però qualcosa che mi colpisce fortemente: Ranucci non è neppure indagato. Ma anche se lo fosse in futuro, rimarrebbe una persona innocente in attesa di chiarimenti su qualcosa che potrebbe come non potrebbe aver fatto. Certo, il metodo Report lo condannerebbe, e sarebbe anzi interessante e distopico che il programma dedicasse il primo approfondimento della propria stagione proprio al caso Lavitola, per vedere se ha lo stesso metro di giudizio usato con gli altri. Ma non è che ripagare qualcuno con la stessa moneta rende quella moneta meno giusta. I garantisti sono garantisti con tutti, ma specialmente con i nemici. Altrimenti è troppo semplice.

Con che faccia il centrodestra può dire che in Italia manca il garantismo, quando alla fine proprio con uno degli uomini che odia di più non lo esercita? Allora diventa una pura facciata, un principio sindacabile – e i princìpi per essere tali devono essere sempre insindacabili. Dunque, garantismo per Ranucci. Condanna per la diffusione illegale delle carte processuali, per le intercettazioni e per le fughe in avanti. Garantismo per lui, e per tutti gli altri. Anche per Pietro Tatarella, che Ranucci ha condannato prima che fosse concluso il primo grado.

Ranucci, il feudatario del giornalismo senza imperatori né monarchi

Quando è scoppiato il caso Ranucci, mi è venuta in mente una definizione di Guido Brera, il finanziere editore di Chora, Will e Cronache di Spogliatoio. Nella puntata del suo podcast Black Box dedicata a google, facebook et similia, Brera li definiva, appunto, “i feudatari del web”. Perché di fatto l’esplosione della rete li aveva resi potenti quanto e più degli stati, intoccabili a chiunque ed estremamente ricchi.

Ranucci, che oltre a RaiTre ha un milione di follower su Facebook e 290mila follower su Instagram, ha numeri da vero e proprio influencer di alta fascia. Un feudatario del web e della tv. Certo, di scala e dimensione completamente differente da quella di Zuckerberg. Diciamo che se quello è un valvassore senza imperatore né monarca a comandarlo, questo è un valvassino, ma egualmente libero. Senza padroni, se non i lettori. Senza timore di querele, bastonate, pubblicità che va via. Uno pubblica quel che vuole. Il sogno di ogni giornalista. Ma i sogni, nella realtà, non esistono. Esistono le sfumature e la necessità dei contrappesi.

Ranucci come Lucarelli, bravi da far paura

Ranucci non è l’unico feudatario del giornalismo italiano. L’altra – incredibile perché ancora più “pura” per la sua distanza dai media tradizionali – è Selvaggia Lucarelli. Che è anche l’autrice della newsletter Substack più letta in Italia e tra le più lette al mondo. Ranucci e Lucarelli hanno molto in comune. La prima cosa è che incutono paura, proprio come i feudatari di un tempo.

Nel 2020 Report dedicò più servizi contro Attilio Fontana e contro la gestione della pandemia in Lombardia. Ricordo un servizio in particolare che mi fece molto arrabbiare per come era costruito. Bene: io scrissi un articolo che ebbe una discreta diffusione. Un mio amico, conduttore di un programma di punta della Rai – oggi in Mediaset -, mi chiamò e mi disse: “Ma sei proprio sicuro di prendertela con Report? Guarda che quelli sono cattivi eh…” . Ricordo distintamente di essermi spaventato. Entrambi, Ranucci e Lucarelli, riescono a incutere paura perché sono spietati, ma soprattutto perché sono bravi. E visto che sono bravi hanno un loro esercito privato.

Come si diventa un feudatario

Con la bravura, con il giornalismo, con il duro lavoro. Ecco come si diventa feudatario. Sì, magari tagliando pure qualche curva. Ma correndo, sempre. Trovando e riuscendo a imporre notizie. Sigfrido Ranucci è diventato il feudatario che è per i suoi contatti, per il suo archivio, ma soprattutto per la sua capacità di guidare un team di giornalisti che trovano notizie. Magari poi non verificate bene, o verificate “a tesi”. Idem Selvaggia Lucarelli: dà notizie. Anche importanti, rilevanti per la pubblica opinione.

Dunque, si diventa feudatario con la bravura. Ma non solo. C’è da costruire il proprio pubblico. Un esercito. Le persone che seguono Ranucci o gli altri feudatari sono dei fan, assai convinti dell’onestà dei loro beniamini. I quali fanno di tutto per fare proprio questo: sembrare onesti, essere oltre ogni sospetto. Ed è precisamente per questo che Ranucci è un feudatario in grande difficoltà: perché il caso Lavitola dice che no, non è un puro. Peggio: che forse stava brigando per andare in politica, e che il suo amico Lavitola avrebbe messo una bomba per favorirlo. E’ la caduta della credibilità che determina l’abbandono dell’esercito. E senza esercito il feudatario non ha nessun potere. Non incute nessuna paura. Perché è l’esercito che dà il potere senza contrappesi. Non ci sono editori, o capi, o direttori che ti comandano, quando hai milioni di follower o ascoltatori o telespettatori. Sono i feudatari che fanno da traino per gli editori, e non viceversa.

Negare sempre tutto per sopravvivere

C’è un’altra caratteristica che bisogna avere per essere feudatari: bisogna essere spietati. Negare sempre, negare tutto. Lavitola, il suicidio di una ristoratrice, qualunque cosa. Magari sono davvero vicende che non c’entrano con il feudatario di turno. Ma la prima regola è che bisogna apparire puri, quando hai fatto qualcosa o quando non l’hai fatta ma ti accusano di averla fatta.

Ve li vedete un Ranucci o una Lucarelli dire di aver sbagliato? La smentita non fa parte del bagaglio di un feudatario per il semplice motivo che va intaccare l’unico marchio che ha un valore: il proprio nome. E non c’è possibilità di ammissione di errore. Sì, in certi casi può anche avvenire: ma è sempre e solo un bel gesto che possa comunicare all’esercito “vedete, io sono talmente onesto che ammetto di aver fatto una piccola sbavatura, un piccolo inciampo nella mia camminata sulle acque”. Di fronte a Lavitola, Ranucci si paragona ai martiri della patria.

C’è poi un altro aspetto duro, del lavoro di feudatario. Non si può tollerare che ci sia un altro valvassino nelle tue terre. E se c’è, bisogna tirarlo giù velocemente. Questo avviene in particolar modo a sinistra (ma pure a destra c’è una bella concorrenza). Mi sono chiesto lungamente perché Selvaggia Lucarelli abbia annunciato prima con la sua newsletter e poi con una intervista al Corriere della Sera (l’altra cifra del nostro tempo è che i media, vecchi sovrani, ormai si inginocchiano ai valvassini perché sono più popolari loro), che Ranucci era quel che era, e che lei lo aveva sempre saputo. Lo scrive e lo dice per il bisogno di ballare sulla propria piastrella da sola. Ma perché lo dice ora? Perché prima Report faceva paura anche a lei. Proprio perché non c’è contraddittorio, con Report. Non c’è appello. E non ci sono scuse in caso di errore commesso (sì, ci sono i tribunali). Esattamente come non c’è contraddittorio, non c’è appello e non ci sono scuse con la Lucarelli.

 

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