Su Milano Quotidiano le recensioni e le cronache di Francesco Bogliari, giornalista, appassionato melomane e autore di “Piccole cronache musicali”. Uno sguardo libero, ironico e spesso controcorrente agli eventi musicali. Dalla lirica alla sinfonica, senza accademismi né reverenze, mescolando memoria personale, gusto per il racconto e giudizi affilati.
È abbastanza raro, in Italia, ascoltare il Concerto per violoncello di Edward Elgar, per cui un plauso speciale va all’Orchestra Sinfonica di Milano che ha inaugurato (ospite come da tradizione della Scala) la stagione 2026-27 con l’opera del compositore britannico. Un concerto che non ha niente di spettacolare, non ha melodie che si ricordino fischiettando sotto la doccia o che siano state prese in prestito da pubblicità di prodotti di largo consumo, come è successo ad altri celebri concerti per strumento solista (Beethoven, Cjaikovskij, Schumann, Mendelssohn ecc.), non ha un virtuosismo pirotecnico che faccia venir voglia di assecondare la musica con i movimenti del corpo. Niente di tutto questo.
È musica intima, malinconica, riflessiva, per certi versi introversa (l’introversione tipica della timidezza), scarna, elegiaca, minimale. Tutti valori musicali espressi al meglio dall’interprete, il violoncellista tedesco Daniel Müller-Schott (anche lui poco presente nelle sale italiane, quindi altro plauso per la scelta della compagine di Largo Mahler), capace di una espressività morbida, non urlata, elegante e raccolta. Risultato reso possibile anche dall’interpretazione dell’orchestra che, sotto la bacchetta sapiente dello sloveno Marko Letonja, ha sfoggiato un nitore cameristico che le ha premesso di accompagnare le riflessioni esistenziali del solista senza mai sovrapporsi, ma standogli accanto con rispetto e amore.
Respighi, le atmosfere di Roma e il trionfo finale
Nella seconda parte l’Orchestra ha affrontato le atmosfere del tutto diverse di Ottorino Respighi, che racconta Roma (le “Fontane” e i “Pini”) in due brevi poemi sinfonici dalla scrittura lussureggiante, a cavallo tra Rimskij-Korsakov, Debussy e Richard Strauss, ma anche con qualche spunto che potrebbe ricondurre a Korngold (“La città morta” fu composta nel 1920, esattamente a metà tra le due opere respighiane). Troppo a lungo liquidata dall’intellighentsja nostrana come “musica d’effetto”, “facile” in quanto meramente descrittiva, la produzione del musicista bolognese – tra i più attenti del suo tempo a quanto succedeva all’estero in campo sia sinfonico sia lirico – merita una rivalutazione senza riserve.
La sua orchestrazione è sontuosa, tecnicamente impeccabile, e la compagine milanese dà una prova di grande maturità artistica sotto la guida di Letonja, che ha un gesto sobrio, “poca scena” ma molta sostanza. Arduo banco di prova in particolare per la sezione delle percussioni sono stati i “Pini di Roma”: glockenspiel, tam-tam, triangolo, piatti, tamburo basco, grancassa, 2 piatti piccoli, raganella, più la registrazione del canto dell’usignolo (forse la prima idea del genere – al tempi su grammofono – nella storia della musica sinfonica). Per cui ci piace ricordare i nomi di tutti i professori della sezione: Stefano Bardella, Ivano Fossati, Luca Viotto, Nicola Schelfi, Simone Leoni. La conclusione dei “Pini”, con quel crescendo inarrestabile sostenuto da trombe, tromboni e corni supplementari sui pachi di proscenio, ha travolto il pubblico che alla fine è esposo in applausi scroscianti.
Buona la prima! Attendiamo i prossimi appuntamenti di una stagione dal programma intrigante, dove ritroveremo spesso sul podio il direttore musicale Emmanuel Tjeknavorian, stavolta assente all’inaugurazione della stagione della sua orchestra perché impegnato a Roma ne “Le Nozze di Figaro”, la sua seconda esperienza operistica dopo il “Ballo in maschera” fiorentino di questa primavera.
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Foto di Angelica Concari/Orchestra Sinfonica di Milano


