Il centrosinistra decide ufficialmente di far slittare la macchina organizzativa delle primarie di coalizione al mese di febbraio 2027. Una scelta presentata pubblicamente all’insegna della necessità di blindare preventivamente l’accordo sui programmi di governo della coalizione. Dietro la facciata diplomatica degli stati maggiori dei partiti progressisti, tuttavia, si nasconde un retroscena di calcolo squisitamente giuridico e istituzionale, interamente legato ai futuri equilibri della giurisprudenza costituzionale.
Il vero spartiacque dell’intera operazione politica è fissato per la fine di febbraio, finestra temporale entro cui è attesa la pronuncia della Corte Costituzionale sul cosiddetto “Premiatissimo” (o “Premierato“), la riforma della legge elettorale nazionale promossa dall’attuale esecutivo. L’organismo giudiziario è guidato dal costituzionalista Francesco Viganò, il cui mandato scadrà formalmente l’8 marzo prossimo. Prima del congedo definitivo, il Presidente intende chiudere la partita sul nodo più sensibile dell’ordinamento istituzionale, ovvero la legittimità del forte premio di maggioranza previsto dal meccanismo di voto.
L’orientamento espresso da diversi osservatori e giuristi converge su uno scenario preciso:
– l’ipotesi della bocciatura: qualora la Consulta dovesse bocciare integralmente il premio di maggioranza ritenendolo lesivo della rappresentanza democratica, il sistema crollerebbe.
– il ritorno al proporzionale: l’effetto immediato della bocciatura comporterebbe un ritorno forzato a un impianto proporzionale puro, strutturato sul modello del voto per le Europee (pur con soglie di sbarramento corrette).
disinnesco del leader unico: con un sistema elettorale puramente proporzionale, scompare dalla scheda la designazione del capo della coalizione vincente e il relativo premio. Ciascuna forza politica correrebbe per misurare la propria forza percentuale.
Questo scenario normativo svuoterebbe di significato lo strumento delle consultazioni nei gazebo. Senza la necessità di investire un leader di coalizione nazionale per la corsa al premio di maggioranza, le primarie perderebbero la propria funzione originaria. L’onda d’urto del verdetto costituzionale avrebbe un riflesso immediato sulle amministrative locali, a partire dalla delicata partita per la successione di Giuseppe Sala a Palazzo Marino. Il rinvio di coalizione congela inevitabilmente anche il percorso delle primarie milanesi per l’individuazione del candidato sindaco di Milano.
Qualora il quadro nazionale dovesse frammentarsi sul modello proporzionale, la coalizione rinuncerebbe del tutto ai gazebo sul territorio cittadino, demandando la scelta del candidato a un accordo politico diretto tra le delegazioni dei partiti. In quel contesto di trattativa ristretta, i nomi sul tavolo si ridurrebbero alle due figure di riferimento dell’area progressista lombarda: l’europarlamentare Pierfrancesco Majorino e il giornalista e saggista Mario Calabresi. I vertici della coalizione hanno scelto la linea della massima prudenza, preferendo fermare i motori organizzativi. Fino a quando la Corte Costituzionale non avrà depositato la sentenza decisiva sulla legge elettorale, ogni strategia legata a candidature e leadership rimarrà necessariamente in attesa.
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