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Minigonne a scuola: perché sì

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A cavallo degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, L’Espresso aprì indubbiamente una breccia nel giornalismo italiano, in qualche modo svecchiandolo. Da una parte, con titoli poco compassati, spesso basati su calembour e giochi di parole; dall’altro cominciando a mettere in copertina, spesso senza un aggancio reale coi temi richiamati dai titoli, foto di donne ammiccanti e in abiti succinti. Era un bene o era un male, un “progresso” o un “regresso”? Quello che può dirsi con sicurezza è che sul primo fronte, la vittoria è stata totale: oggi giornali con titoli incolori e meramente descrittivi sono decisamente fuori mercato; mentre dal secondo punto di vista, mai un giornale di sinistra, come era allora ed è oggi, L’Espresso (per fortuna Panorama non ne è più il “fratello gemello” come era allora), oserebbe tanto col “corpo delle donne”.

Nuovo bigottismo

Cosa è successo, nel frattempo? Direi che quello che allora corrispondeva ad una esigenza sociale di “liberazione”, da parte della società e prima di tutto da parte delle donne, relegate per secoli a ruoli ancillari, oggi da una parte di quella società, che è rappresentata molto bene da L’Espresso e che vota a sinistra, il corpo femminile viene visto sotto gli occhi dell’ideologia che nel frattempo si è affermata nel mondo occidentale: il politically correct. Il risultato è una nuova forma di bigottismo che tende da una parte a “normalizzare” e razionalizzare l’eros, e quindi le dinamiche della seduzione, e dall’altra a non distinguere, almeno nel discorso pubblico, l’espressione erotica dalle sue degenerazioni violente e patologiche (che vanno giustamente condannate) tutto etichettando con l’epiteto di “sessismo”.

Essendo poi il nostro tempo segnato dalle Culture Wars, per dirla con James Davison Hunter, che per molti aspetti hanno sostituito le Social Wars, questa visione per fortuna non è maggioritaria nella società, anche se lo è certamente fra gli intellettuali e in genere fra coloro che dominano i mezzi di comunicazione e la cultura mainstream. In sostanza, può dirsi che la sinistra ha perso contatti con la società rispetto ad allora; così come il femminismo, diventato una derivata del sinistrismo, ha perso contatto con la voglia di libertà che si manifesta anche nel vestire e nei costumi che molte vogliono continuare ad avere.

Guerra delle minigonne

È in questo scenario che va a mio avviso collocata la “guerra” francese, e ora sembrerebbe anche italiana, “delle minigonne”, ove molte giovani donne chiedono semplicemente di poter esprimere come meglio credono la loro personalità. Ovviamente, sarebbe apprezzabile che lo facessero con decoro e rispetto delle istituzioni, ma questo è un altro discorso che non può ridursi alla semplicistica ma significativa affermazione della vicepreside di un istituto romano, che ha invitato le sue studentesse a evitare che ai maschi “caschi l’occhio” sulla loro pelle nuda.

Ci sono anche poi altri elementi che complicano ulteriormente il quadro: 1. il neobigottismo di sinistra converge, e non è affatto paradossale, col conformismo islamico, che le donne le vorrebbe tutte coperte e senza personalità, e che, secondo la vulgata multiculturalista, andrebbe quanto meno compreso se non giustificato; 2. al quadro dei rapporti, da sempre complicati (dialettici come la vita), fra uomo e donna si è aggiunta nel frattempo l’ideologia gender, che fra l’altro considera la donna, con il bene placet della sinistra, come un “oggetto” per maternità surrogate da vendere al miglior offerente; 3. di quel movimento postsessantottino che, a torto o a ragione, si definì “di liberazione” si è buttato il “buono”, cioè l’idea di vestirsi come a ognuno più aggrada (nei limiti ripeto della decenza, il cui concetto è però anche esso storicamente mutevole) ma si è conservato il “cattivo”, cioè l’idea dell’aborto facile e, appunto, della maternità surrogata; 4. la religione della nostra tradizione, quella cristiana e soprattutto cattolica, è stata sempre, come ci ha insegnato in un bel libro Lucetta Scaraffia, esaltatrice, ovviamente a partire dalle esigenze delle mutevoli sensibilità e contesti storici, e non castigatrice, della corporeità umana, e quindi anche di quella femminile.