Cronaca

Modena, i tre “eroi” hanno rischiato di essere indagati

Tre cittadini hanno scelto di intervenire invece di voltarsi dall’altra parte. Ma oltre al coltello hanno sfidato anche la legge

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La cronaca di Modena consegna all’Italia tre nomi che meritano ammirazione: Luca Signorelli, Osama Shalaby e Mohammed Shalaby, intervenuti per fermare Salim El Koudri dopo l’investimento dei passanti. Signorelli è stato ferito mentre tentava di bloccarlo; padre e figlio egiziani sono poi intervenuti contribuendo a disarmarlo e immobilizzarlo.

Sono eroi due volte. Innanzitutto, perché non hanno esitato a mettere a rischio la propria vita davanti a un uomo armato di coltello. In un tempo in cui spesso si filma tutto e si interviene poco, loro hanno scelto l’azione. Hanno visto il pericolo, hanno capito che bisognava fermarlo e lo hanno fatto. Senza calcoli, senza riunioni, senza attendere che qualcun altro si assumesse il rischio.

Sono però eroi anche sotto un altro profilo perché in Italia chi interviene contro un aggressore non deve temere soltanto la lama del delinquente, ma anche quella, più sottile e non meno dolorosa, della legge.

Lo sanno bene le forze dell’ordine, che ogni giorno sono chiamate a “dosare” la reazione davanti a soggetti violenti, armati, alterati, imprevedibili. Devono fermare, ma senza stringere troppo. Devono neutralizzare, ma senza eccedere. Devono impedire il male, ma guai se, nella concitazione di pochi secondi, il male ricade addosso a chi lo ha provocato. Allora immaginiamo cosa sarebbe accaduto se, durante quella colluttazione, l’aggressore fosse caduto, avesse battuto la testa e fosse morto. Oggi forse parleremmo degli stessi cittadini non più come eroi, ma come indagati. Forse leggeremmo dotte analisi sulla proporzionalità della reazione, sulla necessità del gesto, sulla possibilità di attendere, arretrare, contenere, chiamare aiuto. Tutte valutazioni comodissime quando si è seduti a una scrivania, molto meno quando davanti c’è un uomo con un coltello.

Il punto è che un ordinamento serio deve certamente impedire vendette, linciaggi e abusi. Nessuno vuole sostituire lo Stato con la giustizia privata, ma uno Stato serio deve anche evitare che il cittadino onesto, nel momento in cui potrebbe salvare una vita, resti paralizzato dalla paura di rovinarsi la propria e, magari, di dover poi risarcire un malvivente.

La proporzionalità, da principio giuridico di civiltà, rischia di diventare un freno mentale e morale. Un vincolo astratto che il cittadino comune non sa tradurre in concreto mentre un aggressore corre, colpisce, accoltella. E quando la legge diventa incomprensibile proprio nei momenti in cui servirebbe più chiarezza, non produce civiltà: produce esitazione.

Per questo, il caso di Modena non deve essere solo occasione di applausi, ma di riflessione. Dobbiamo ringraziare Signorelli, Osama e Mohammed Shalaby, ma anche chiederci quanti altri, al loro posto, avrebbero avuto la stessa prontezza e quanti, invece, si sarebbero fermati non per paura del coltello dell’aggressore, ma per paura della sciabola del legislatore.

Chi difende sé stesso o gli altri da una violenza grave e attuale deve sapere che lo Stato è dalla sua parte, non dopo anni di processo, non dopo essere stato socialmente distrutto e non dopo aver speso soldi, salute e reputazione. Deve saperlo prima, nel momento decisivo dell’ azione.

Giorgio Carta, 18 maggio 2026

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