Il gesto folle compiuto a Modena sabato pomeriggio da Salim El Koudri è inquadrabile in un classico caso di car ramming, tecnica tristemente nota in Europa per gli attentati jihadisti, da Nizza a Berlino. Eppure, nonostante le modalità d’azione inequivocabili, autorità locali e media hanno immediatamente escluso il terrorismo. Si è subito parlato di problemi psichiatrici, sottolineando l’assenza di legami con gruppi estremisti o di una radicalizzazione religiosa. El Koudri era sì seguito per problemi schizoidi, ma aveva interrotto le cure. Un laureato in Economia, incensurato: un italiano di seconda generazione a cui dunque il Paese ha offerto scuola, università e assistenza sanitaria. Eppure non è bastato. La dimostrazione plastica di come sovente l’integrazione non funzioni con chi non vuole integrarsi.
Immediatamente, poi, intellettuali, star e commentatori si sono mobilitati non per analizzare i fatti, ma per blindare l’opinione pubblica. “Allontaniamoci dall’odio della destra, restiamo uniti” è stato il principale slogan non solo dei salotti televisivi, ma anche dell’amministrazione modenese. E persino Massimo Bottura, chef di fama mondiale, si è espresso ribadendo come Modena sia “da sempre una città inclusiva” e che “in questi momenti difficili scegliamo di restare uniti perché il potere dell’ospitalità è parte del nostro DNA”.
Un messaggio nobile sulla carta, quasi commovente, ma che evita del tutto di interrogarsi sulle dinamiche culturali e religiose che, in soggetti instabili, possono trasformare il malessere psichico in violenza mirata.
Al netto dei problemi psichiatrici, i social dell’attentatore contenevano svariati post in arabo dedicati ad Allah e messaggi violenti contro i “bastardi cristiani” e Gesù Cristo. Elementi che, pur in un quadro di fragilità mentale, richiamano un repertorio ideologico diffuso. Anzi, è proprio nell’instabilità psichica che il radicalismo islamico può insinuarsi. O dobbiamo credere che chi si fa saltare in aria con cinture esplosive per uccidere infedeli, oltre che sé stesso, sia sano di mente?
Eppure il riflesso condizionato della narrazione dominante è stato negare ogni legame con l’islam radicale, etichettando come sciacallaggio di destra qualsiasi richiamo alla violenza della seconda generazione o all’integrazione fallita. Come se ammettere che un cittadino italiano di origine immigrata possa radicalizzarsi equivalesse a condannare l’intera comunità, invece di affrontare un problema reale.
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Ed è proprio questo mettere la testa sotto la sabbia che stride con la realtà. Questo dover necessariamente edulcorare i fatti sottintende, evidentemente, una paura di descriverli per ciò che sono davvero. Quanti malati psichiatrici atei, cattolici o buddhisti si fiondano a 100 km/h sulla folla?
Questo approccio è tremendo. Altri Paesi europei hanno visto decine di casi simili: giovani nati o cresciuti in Occidente, spesso con opportunità negate solo nella retorica socialista, che scivolano nella violenza ispirata da un’ideologia suprematista religiosa. Negare il pattern per non alimentare l’odio non protegge in alcun modo le vittime né, tantomeno, favorisce l’integrazione.
L’Italia ha accolto, naturalizzato e formato la famiglia di El Koudri. La gratitudine e la lealtà non sono automatiche: richiedono un’integrazione che non sia solo burocratica, ma anche culturale e valoriale.
L’evento di Modena non è solo un episodio di follia individuale, ma lo specchio di un dibattito ostruito da tabù. Mentre politici di sinistra e intellettuali invocano un’unità acritica e colgono la palla al balzo per attaccare la destra, solo quest’ultima ha il coraggio della lucidità e parla apertamente di un problema che è sotto gli occhi di tutti.
Possiamo continuare all’infinito a decantare una splendida integrazione che esiste solo negli spot elettorali e nei post sui social, e al contempo prodigarci nell’introdurre metal detector nelle scuole, militarizzare i mercatini di Natale come basi NATO e riempire le piazze di barriere in cemento per evitare che altri “poveri pazzi” giochino a bowling con i passanti. Possiamo anche derubricare tutto questo a inevitabili problemi della società contemporanea. Ma è davvero questo il futuro che vogliamo?
Alessandro Bonelli, 18 maggio 2026
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