Qui al bar abbiamo notato che il primo pezzo della narrazione di sinistra su Modena sta cadendo: secondo il gip, Salim El Koudri non avrebbe falciato i passanti con l’auto perché era in preda a disturbi psichici, come da versione di chi voleva convincerci della storia del povero paziente psichiatrico, abbandonato dalla sanità italiana insensibile della destra fascista. Ma a questo punto ci sembra doveroso anche ragionare sulla seconda parte dell’argomentazione: la teoria è che l’immigrazione non c’entri, perché Salim è un cittadino italiano, nato e cresciuto nel nostro Paese. Ma se è così, siamo sicuri che la tesi avvalori la posizione di chi sostiene che parlare del problema degli stranieri sia fuori luogo?
Se la cittadinanza non è sufficiente a garantire lealtà alla comunità, nemmeno quando a ottenerla è una persona che in teoria, di quella comunità, fa parte dalla nascita, allora significa che tra gli stranieri permane una sorta di separatezza indipendentemente dai benefici giuridici di cui possono godere qui. Naturalmente, non è una condizione che sempre e necessariamente deve sfociare nella violenza; ma di sicuro, non tutti i laureati italiani male occupati investono la gente e non tutti gli italiani affetti da disturbi mentali maturano propositi omicidi.
Guarda caso, dentro la vettura che ha sfrecciato per via Emilia a Modena c’era Salim El Koudri e non Mario Rossi. Entrambi cittadini italiani, entrambi nati in Italia, ma uno si sentiva così estraneo rispetto al “suo” Paese da avere il desiderio di seminare morte. Insomma, se Salim è un cittadino, vuol dire che la formuletta della sinistra – cittadinanza facile, così finalmente i “nuovi italiani” entreranno a tutti gli effetti a far parte della nostra società – non basta a nascondere sotto al tappeto il bubbone delle seconde generazioni. Che spesso diventano più aliene a questa società dei loro genitori. Serve forse che facciamo la fine della Francia o del Belgio per rendercene conto?
Ci sarebbe anche un terzo corno da smontare: il ritornello del “se ci odiano è colpa nostra, perché li discriminiamo”. Questa roba, però, preferiremmo non prenderla sul serio.
Il Barista, 20 maggio 2026
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