Il caso della morte del giovane Ramy intercetta un fronte molto caldo di questioni che sono il frutto di nodi non sciolti e non affrontati nel corso degli anni con i dovuti interventi.
Il primo è sicuramente quello dei giovani, di tutti i giovani, da quelli che vivono nei centri delle nostre città, lasciati da soli in balia dei telefoni e dei social, perché i genitori sono impegnati a fare carriera, a quelli che vivono nelle periferie: per questi il problema è rappresentato dalla strada, dagli incontri che si fanno, dal problema della sicurezza e della tenuta sociale dei quartieri, complice anche il fronte dell’immigrazione. Si badi che non sto affermando che il problema sia l’immigrazione, al contrario il problema è da individuare nella mancata gestione del fenomeno migratorio, in una totale assenza di una visione d’insieme che consentisse una reale integrazione secondo le leggi italiane e che non risolvesse la questione dei migranti nella semplice gestione dell’emergenza: una volta data la coperta, una volta assegnata la casa, non si può considerare risolto il problema.
Veniamo poi al fronte delle Forze dell’Ordine: non nego che, in alcuni casi, i membri delle forze dell’ordine non abbiano brillato per i loro comportamenti. Si tratta, però, di responsabilità individuali, non collettive. Mi si permetta: è la stessa cosa che avviene all’interno della Chiesa: le colpe dei singoli non devono ricadere su tutti. È lo stesso discorso che si fa per ogni realtà umana. Ora, però, so che è in corso un processo, ci sono delle indagini, tuttavia mi immagino che, all’interno di un inseguimento, non sia così semplice osservare tutti i protocolli. E parto sempre dal presupposto che al posto di blocco ci si ferma. Questo è un dato di fatto.
Pur nell’umano dispiacere per la morte di un giovane ragazzo, questa morte deve diventare l’occasione per una riflessione sul problema delle periferie e della necessità di interventi ad ampio raggio da parte dello Stato (senza lasciare sempre il tutto alla buona volontà delle associazioni operanti nei singoli territori).
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Invece, come sempre avviene, questa morte sta diventando l’occasione per scaricare le responsabilità sulle forze dell’ordine, sui protocolli non rispettati, si confondono volutamente le responsabilità. Questo comportamento non solo non rispetta la morte di un giovane ma concorre a creare discredito e divisione nella società che invece deve vedere nell’autorità della legge e di chi la deve far rispettare un punto fermo. Chiaramente questo non toglie che, se il singolo membro delle forze dell’ordine sbaglia, debba scontare la pena per l’errore commesso, solo dopo l’accertamento delle reali responsabilità. Non prima, non aprioristicamente.
Suor Anna Monia Alfieri, 7 aprile 2026
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