Nel giallo di Veltroni i cattivi sono di destra. Ovviamente

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Leggere l’ultimo libro di Veltroni, Assassinio a Piazza a Villa Borghese, è come buttarsi nel Tevere l’ultimo dell’anno. Mi rendo conto di essere contagiato dalla dovizia di citazioni e riferimenti, inutili per lo più, di cui il libretto di Veltroni è quasi vicino al plagio, così procedo nell’onda dichiarando come e dove e quando: il dialogo rubato a Scola davanti alla focaccia ancora croccante, la foto di Diane Arbus, la filosofia di Satta Flores, a sorpresa tra le pagine, in compagnia di Shakespeare e dell’adagetto di Malher.

Veltroni utilizza il dettaglio che non è mai utile alla vicenda, semmai vuol mettere in luce la cultura di chi scrive. Sulla quale non abbiamo dubbi, soprattutto quando parla di cinema, perché Veltroni è vuoto pneumatico assoluto vicino allo zero con film pretenziosi che sono i cinepanettoni di sinistra.

Il romanzo è surreale, per non dire al limite della farsa, e vede protagonista un poliziotto sfortunato perché una disattenzione gli ha interrotto la carriera, così è diventato un uomo ridicolo per i colleghi, un uomo inutile per la moglie che lo ha lasciato per… una collega e così viene incaricato di sorvegliare l’area di villa Borghese ed è promosso Commissario.

Non gli sembra vero, anche se l’incarico rischia nuovamente il ridicolo perché in quel comprensorio non si verificano fatti delittuosi da anni. Gli viene assegnata una sede immersa nel verde del Parco dei Daini all’interno di Villa Borghese, dove si trova Villa Umberto, sede della squadra a cavallo della sezione di Roma. Un edificio storico utilizzato, sin dagli anni Venti, per l’equitazione e le esercitazioni a cavallo della polizia di stato, tanto da ospitare, durante gli anni Sessanta, la squadra ippica della polizia. Nel 1974, in seguito allo scioglimento temporaneo della polizia a cavallo, il pattugliamento di tutta l’area verde fu affidato a cavalli e cavalieri rimasti ancora nella struttura e una squadra, composta da elementi che più improbabili non si può, a parte la poliziotta che ha scelto di unirsi al gruppo per sfuggire alle avances dei colleghi.

Sono tutti uomini sfortunati, con difetti evidenti, con comportamenti al limite del patologico, ma Buonvino, neo Commissario, fa buon viso a cattivo gioco e tenta di motivarli distribuendo compiti, orari e mansioni.

Walter Veltroni ha calcato la mano nella scelta dei personaggi, per far parte della Polizia bisogna superare esami attitudinali, nessuno di questi avrebbe potuto ambire alla carica di poliziotto.

Poi inizia il grand Guignol: nella quiete del parco appaiono pezzi smembrati di un corpo infantile. L’autore cita il supplizio di Tupac Amaru, così caro alle sinistre stradaiole, io mi sarei fermato a Ravaillac, regicida, o a Damiens, squartato nel 1757 in Place de Greve, come ci racconta Giacomo Casanova che dovette assistere alle due ore del supplizio mentre le dame parigine cinguettavano e il barone  Tiretta (detto sei colpi) sodomizzava una vittima altolocata e consenziente.

Ma da Damiens non sono nati i Tupamaros.

Poi compare una testa mozza e da lì le cose si ingarbugliano, tra poliziotto collezionista di oggetti erotici, gemelli fanatici religiosi e citazionisti di passi biblici, un mulatto figlio di un prete nero spretato e via dicendo, mentre il bel Buonvino si consuma nella nostalgia della fedifraga guidando la sua Triumph spitfire e ascoltando il nastro di Fabio Concato.

Molti possibili assassini, nessuno con certezza e le indagini vanno a rilento e intanto compaiono altri due cadaveri decapitati nelle rovine di un palazzo “che fu casa di Moravia come disse Il citato Poeta Valentino Zeichen” e sede di un Hotel de Charme. I due cadaveri sono prontamente identificati mentre si cercano possibili collegamenti tra i delitti e sono sospettati un chirurgo troppo assiduo a pratiche religiose e in guardiano neonazista e pluritatuato.

I Cattivi sono naturalmente di destra.

Nel frattempo compare un fotografo simpatico ma vagamente ricattatorio. Buonvino si destreggia tra sveglie che suonano “bridge over trouble of Water”, gatti e orchidee da recapitare alla fedifraga nella speranza di un cenno. Che verrà finalmente alla fine, quando grazie a un escamotage riuscirà a inchiodare il colpevole in procinto di compiere un ulteriore delitto punitivo, perché di punizione trattasi, essendosi il criminale investito del diritto di giudicare citando le Sacre Scritture. Mai, dico mai che citi Carlo Marx.


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3 Commenti

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  1. Un liberale non è ne di destra ne di sinistra, con traenza illuminista ha un indirizzo preciso radicato da secoli di storia corroborato da grandi nomi del passato. Infatti esso si ispira agli ideali di tolleranza libertà e uguaglianza, contesta i privilegi aristocratici, l’origine divina del potere e del clero, chiede la separazione dei poteri governativi per meglio verificarne l’efficacia o gli errori (o peggio) commessi. Secondo me, la sua estensione confluisce nella struttura repubblicana di Abramo Lincoln.

  2. Serino, lei è troppo severo. Veltroni appartiene a quella schiera, ristretta, di scrittori che hanno scritto più libri di quanti ne abbiano letti. Nel caso di Veltroni la sua bibliografia comprende, uno più uno meno, una ventina di “opere”, abbondantemente più numerose delle letture che il Veltroni medesimo ha completato non senza aver dovuto sostenere, novello Leopardi “de noantri”, la fatica di uno “studio matto e disperatissimo”. Pare che in totale di libri ne abbia letti una dozzina, compreso il sussidiario delle elementari e il libretto dei quiz per la patente, ma l’ultimo, quello che ha dato una svolta al suo stile letterario, è stato l’album delle figurine Panini, peraltro rubato a Fabio Fazio.

    Copie vendute ? Quelle che il Veltroni ha comprato per farne omaggio ad amici e parenti ( ma pare che alcune le abbia acquistate e persino lette una certa Elisabetta ).

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