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No alla farsa degli Stati generali. La saggia decisione del centrodestra

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No al “Conte-lino show”, in diretta dalla “Versailles italiana” di villa Pamphili, sì al confronto serrato in Parlamento: lì dove si svolge, nonostante il sudamericano lockdown che tanto farebbe ancora comodo (solo) ai giallo-fucsia, la funzione democratica. Il destra-centro unito ha risposto picche al bacio della morte del premier che sperava di poter aggregare Lega, FdI e Forza Italia come comparse per l’evento più mondano e anti-sociale che si potesse immaginare in tempi di “Pil a meno 14%”: la presentazione, di fatto, del proprio proto-partito a spese dei contribuenti.

Con la scusa di occupare l’agenda politica e mediatica per una settimana di fila – perché a questo e nient’altro servono gli “Stati generali dell’economia” -, l’ex avvocato del popolo (ieri fischiatissimo alla sua prima apparizione sotto Palazzo Chigi: e sì Giuseppe, fuori dai social la vita è diversa…) sta tentando una renzianissima “mossa del cavallo” nei confronti della tenaglia Pd-5Stelle che, da parte loro, non vedono l’ora di una «svolta» partitocratica che non contempla più il premier buono per tutte le stagioni.

A questo teatrino da ancien régime messo in campo da Conte e Casalino (con un cotè composto da archistar, membri del Fmi, della Bce e burocrati Ue: tutti di rigorosa osservanza anti-italiana), saggiamente, l’opposizione di destra-centro ha scelto di non partecipare. «Per noi gli Stati generali sono il Parlamento: quello è il luogo del confronto», questa la linea ferma avanzata da Giorgia Meloni sulla quale ieri è riuscita a far convergere sia Matteo Salvini che Antonio Tajani. Una decisione inappuntabile dal punto di vista della grammatica istituzionale rispetto alla quale Conte ha balbettato («Io vado sempre in Parlamento», la sua tesi. «Sì ma solo dopo le dirette Facebook e i Dpcm», la replica di Meloni), senza riuscire ad ottenere oggi alcun titolo “a sua difesa” nel cosiddetto giornale unico.

Una scelta che premierà l’opposizione nel rapporto con i ceti produttivi (al di là della forma, da Confindustria a Coldiretti sono tutti sul piede di guerra nei confronti dell’esecutivo) ma anche e soprattutto con la vena viva della Nazione, se è vero come è vero che, una volta calata l’adrenalina sui fantomatici bazooka europei, la realtà si tradurrà presto nelle tasche degli italiani.