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“No, non la ritiro”. E Meloni smonta “il guru” Saviano

Alla festa per il decennale di Fdi, il premier conferma: “Non ritiro la querela a Saviano”

Giorgia Meloni e Roberto Saviano

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I piagnistei di Saviano non sono bastati: Giorgia Meloni non ritirerà la querela contro lo scrittore. Ormai i fatti sono noti, e riguardano l’appellativo (o meglio, l’insulto) che l’autore di Gomorra rivolse nei confronti dell’attuale presidente del Consiglio. Tutto ebbe inizio nel dicembre 2020, quando Saviano decise di rivolgersi nei confronti della leader di Fratelli d’Italia con il termine “bastarda“, durante una puntata di Piazzapulita su La7.

A due anni di distanza, il processo penale ha avuto inizio. E pare che lo scrittore lamenti già qualche stortura giuridica, facendo notare che proprio quando è imputato, “la giustizia mette il turbo”. O ancora (e questo giustificherebbe il “complottone” contro lo scrittore) oggetto di critica è stata anche la scelta di non chiamare Meloni a testimoniare. In quel caso, Saviano commentò: “Incredibile: non è stata chiamata né dal pm né dalla parte civile e io mi ritroverò a dover rispondere alle accuse, senza la possibilità del confronto con il primo ministro, che probabilmente teme una debolezza in questo processo”, disse al termine dell’udienza a Roma.

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Nei giorni scorsi, lo scrittore ha lamentato anche di avere una “certa pressione” in giudizio. E questo perché, dall’altra parte, non c’è una persona qualsiasi, bensì il primo ministro in carica. Insomma, questo basta (almeno per Saviano) per affermare che, in giudizio, si tende a tutelare maggiormente la figura istituzionale, non ricordando la terzietà e l’indipendenza dalle parti che caratterizza chi decide l’esito del processo.

Durante il decennale dalla nascita di FdI a Roma, comunque, Giorgia Meloni ha spiegato i motivi per cui non ritirerà la querela: “Non si trattava di critica. Ripetutamente mi ha dato della bastarda, affibbiandomi la responsabilità della morte di un bambino in mare, quando ero all’opposizione e neanche lontanamente potevo avere responsabilità. Io non politicizzo, lui sta cercando di farlo“. E sulla sinistra, che nelle settimane scorse ha paventato uno sfruttamento del ruolo istituzionale ricoperto, risponde: “L’ho querelato non da premier, ma da presidente dell’unico partito di opposizione”.

Una chiara frecciata, che cassa qualsiasi ipotesi di utilizzo della propria posizione governativa, e quindi di forza, per sedare le voci dissenzienti. Eppure, in questi giorni, il mondo del progressismo ha deciso di schierarsi con Roberto Saviano. Tra tutte, non poteva mancare Michela Murgia, secondo cui cui l’offesa “bastarda” non sarebbe un insulto, ma un forte diritto di critica.

Insomma, le espressioni di odio sono tali solo se vengono rivolte nei confronti di esponenti della sinistra. Dubitiamo che Murgia, in caso contrario, cioè se fosse stato per esempio un giornale di destra ad etichettarle questa offesa, avrebbe reagito allo stesso modo. Anzi, idea nostra, si sarebbe creata la solita narrazione del sessismo, del fascismo, della violenza verbale.

Tutte battaglie sventolate dalla sinistra, ma che quando riguardano l’avversario opposto si sgretolano lentamente, vengono passivamente dimenticate, senza che nessuno osi utilizzarle, se non con la bandierina politica. Insomma, una tutela alterna dei diritti, che rappresenta la vera ipocrisia del mondo progressista.

Matteo Milanesi, 18 dicembre 2022