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La guerra dell'energia

No, Putin non ci sta “ricattando” sul gas

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La Treccani spiega che per “ricatto” si intende un’estorsione che avviene per mezzo di minacce che costituiscono coazione morale. Sì, certo, il significato si può allargare alle circostanze in cui si viene messi “nelle condizioni di non poter opporre un rifiuto a quanto ci viene chiesto”. Tuttavia, ogni cosa si può dire tranne che quello di Vladimir Putin nei confronti dell’Europa sia tecnicamente un “ricatto del gas” come invece viene scritto e riscritto in questi giorni.

Sia chiaro, Vlad non è un sant’uomo. Anzi. Tra le sue ultime nefandezze ha invaso un Paese libero e sovrano, azione mai accettabile neppure se avesse tutte le ragioni del mondo (e non le ha). Però la questione del costo dell’energia non è “tutta colpa di Putin”. Troppo facile. Intanto perché i rincari erano già iniziati ben prima della guerra (il nostro sito lo diceva da tempi non sospetti). E poi lui avrà anche invaso l’Ucraina, ma noi abbiamo imposto le sanzioni. E ad ogni azione corrisponde una reazione, soprattutto in geopolitica e se tratti con un tipetto come lo Zar. L’Occidente ha colpito gli oligarchi (pensate al Chelsea di Abramovich), ha sequestrato barconi e ville, ha congelato le riserve del Cremlino, ridotto l’importazione di petrolio, cancellato alcune banche dal sistema Swift dei pagamenti, forse annulleremo pure tutti i visti. E Mosca? Il Cremlino ha reagito aprendo e chiudendo il rubinetto del gas. Un giochino da stronzetti? Certo, ma tecnicamente comprensibile: ad ogni azione corrisponde una reazione.

Oggi, per esempio, ci lamentiamo del fatto che per tre giorni Gazprom terrà chiuso il North Stream 1 paventando fantomatiche riparazioni. Ci infuriamo? Certo, perché probabilmente mentono. Però ci sarebbe un altro tubo, il North Stream 2, che teoricamente potremmo utilizzare allo scopo. È pronto, solo che dopo l’invasione dell’Ucraina la Germania ha deciso di cancellare il progetto.

Altro appunto. In questi giorni si discute tanto del tetto al prezzo del gas. Se lo faremo, dovremo anche immaginare l’eventuale reazione di chi quel metano ce lo vende. Ovvero la Russia. Se ieri il mercato quotava 243 euro a megawattora il gas e noi domani ci diciamo disponibili a pagarlo solo 90 euro, è logico attendersi che il venditore faccia su baracche e burattini e cerchi di venderlo altrove. Il vice primo ministro di Mosca, Aleksandr Novak, ieri lo ha detto chiaramente: se l’Ue dovesse imporre a petrolio e similari un price cap, “semplicemente non forniremo i nostri prodotti” perché “non lavoreremo a condizioni non di mercato”.

Insomma: Putin non ci sta “ricattando”. Semmai si tratta di una ritorsione: fa valere il proprio peso nei rapporti di forza, tirando la corda nella speranza di non romperla (anche Mosca, comunque, ha bisogno di venderci un po’ di gas). Di sicuro ci tiene per le palle, scusate il francesismo, ma la colpa è anche nostra. Mica lo ha deciso lui di far dipendere il Belpaese dai giacimenti russi: siamo stati noi (il boom di importazioni arrivò col governo Letta) a legarci mani e piedi al metano del Cremlino. E ora ne paghiamo le conseguenze.