Economia

Non basta essere liberali per essere liberisti

Apriamo il dibattito con Bernaudo: "Il programma europeo di Marattin punta su più poteri a Bruxelles, debito comune e intervento pubblico. Non è Stato Minimo"

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C’è un equivoco che va chiarito una volta per tutte: non basta dichiararsi liberali per essere liberisti. E soprattutto non basta invocare il mercato, la concorrenza e la libertà economica con simpatici reel su Facebook per poi proporre nel programma del proprio partito più Stato europeo, più spesa pubblica, più debito e più interventismo. È la contraddizione che emerge dal programma europeo di Luigi Marattin e del suo Partito Liberal Democratico, che ambisce a rappresentare l’area liberale italiana ma che, almeno sull’Europa, sembra aver scambiato il liberismo per un gigantesco progetto di ingegneria istituzionale.

Marattin vuole un vero Governo europeo, maggiori competenze per Bruxelles, un bilancio comunitario più grande, debito pubblico comune permanente, fondi per sostenere le imprese, politiche industriali coordinate, incentivi alla transizione ecologica e persino un servizio pubblico mediatico europeo, niente meno…
Praticamente tutto quello che conosciamo dello Stato nazionale e che andrebbe demolito, andrebbe per il partito liberal-democratico trasferito su scala continentale.

Il problema, evidentemente, non sarebbe lo Stato che interviene troppo. Sarebbe soltanto lo Stato che interviene troppo poco a Bruxelles. E questo sarebbe liberismo? Per noi di Liberisti Italiani la risposta è no. Il liberismo non consiste nel cambiare indirizzo al potere politico, trasferendolo da Roma a Bruxelles. Consiste nel limitarlo. Non significa sostituire un ministero nazionale con un commissario europeo, una burocrazia italiana con una sovranazionale, un debito pubblico nazionale con un debito pubblico comune.

Significa restituire libertà, risorse e responsabilità ai cittadini e alle imprese. Marattin propone di rendere permanente il debito europeo. Noi vorremmo che la politica imparasse finalmente a spendere meno, anziché inventarsi nuovi soggetti autorizzati a indebitarsi. Propone di ampliare il bilancio europeo trasferendovi una quota del gettito IVA nazionale, senza introdurre nuove imposte. Ma il punto non è soltanto chi riscuote e chi spende. È quanto potere di spesa debba avere la politica e quanto debba rimanere nelle mani di chi produce ricchezza.

Marattin vuole una politica industriale europea, fondi pubblici per l’innovazione e regole sulle fusioni che favoriscano la nascita di grandi campioni continentali. Noi crediamo che i campioni debbano emergere dalla concorrenza, non dalle preferenze delle burocrazie europee. Le imprese hanno bisogno di meno tasse, meno burocrazia e mercati aperti, non di nuovi programmi di sostegno amministrati da Bruxelles.

Marattin vuole continuare a utilizzare la Politica Agricola Comune per incentivare e orientare le produzioni. Noi vogliamo liberare progressivamente gli agricoltori dalla dipendenza dai sussidi e dalle follie regolatorie che Bruxelles ha imposto loro. Perché non si può prima soffocare un settore con vincoli e adempimenti e poi presentare i finanziamenti pubblici come la sua salvezza.

Marattin propone una transizione ecologica guidata dalle istituzioni, sia pure con il condivisibile principio della neutralità tecnologica. Noi contestiamo l’idea stessa che debba essere la politica a pianificare dall’alto la trasformazione dell’economia, distribuendo incentivi e imponendo obiettivi e scadenze senza un’adeguata considerazione dei costi per famiglie e imprese.

C’è poi una contraddizione politica che merita di essere evidenziata. Il Partito Liberal Democratico di Marattin ha scelto come famiglia europea l’ALDE, collegata a Renew Europe, uno dei principali sostenitori del Green Deal. Proprio quel gruppo che, insieme a popolari, socialisti e verdi, ha contribuito ad approvare l’imponente apparato di obiettivi vincolanti, regolamenti e interventi pubblici che ha caratterizzato la transizione ecologica europea. Renew Europe non è stato uno spettatore: ne ha rivendicato apertamente la paternità politica. È legittimo sostenere quelle scelte, ma è altrettanto legittimo chiedersi che cosa abbiano a che vedere con un’idea di liberismo fondata sulla libertà d’impresa, sulla concorrenza e sulla riduzione dell’intervento pubblico nell’economia.

Ma c’è una proposta che, per un liberista ed un libertario, è quasi surreale: la creazione di un ecosistema mediatico europeo di servizio pubblico, promosso e coordinato dalle istituzioni comunitarie. Il programma lo definisce libero e indipendente. Ma come si concilia questa indipendenza con il coordinamento delle stesse istituzioni di cui l’informazione dovrebbe poter essere anche il controllore?

Dopo aver immaginato il governo, il debito, la politica industriale e la programmazione economica europea, mancava soltanto l’informazione europea organizzata con il patrocinio del potere politico. Altro che Stato minimo. Qui siamo al sogno dello Stato massimo, purché abbia dodici stelle sulla bandiera.
Sia chiaro: non contestiamo a Marattin il diritto di essere federalista. Il federalismo può convivere con il liberalismo, quando serve a limitare e il potere centrale. Contestiamo l’idea che concentrare nuove competenze pubbliche a Bruxelles rappresenti, di per sé, un avanzamento della libertà. E non abbiamo alcuna difficoltà a riconoscere che nel suo programma ci siano anche proposte condivisibili: mercato unico, libero scambio, semplificazione normativa, libertà di circolazione dei capitali e dei professionisti.

Ma qualche proposta liberista non rende liberista un intero impianto politico fondato sull’espansione dell’intervento pubblico. Noi di Liberisti Italiani abbiamo un’altra idea d’Europa. Quella di uno spazio di libero scambio, concorrenza, libertà economica e cooperazione tra popoli. Un’Europa che abbatta le barriere anziché costruire nuove sovrastrutture, che favorisca la concorrenza fiscale anziché l’armonizzazione, che elimini sussidi e privilegi anziché distribuirne di nuovi.

Un’Europa che non pretenda di decidere come dobbiamo produrre, consumare, investire, informarci e vivere. È questa la differenza tra chi considera la libertà economica un principio irrinunciabile e chi la considera soltanto uno degli obiettivi da conciliare con l’espansione del potere pubblico sovra-nazionale. Per questo Liberisti Italiani rivendicano con forza la propria identità e il proprio spazio politico. Perché in Italia il termine liberale viene troppo spesso utilizzato come un’etichetta buona per qualsiasi programma, anche quando quel programma moltiplica funzioni, risorse e poteri dello Stato. E non vorremmo che da ora in poi con Marattin si inizi anche ad edulcorare il liberismo.

Marattin rappresenta legittimamente una visione liberal e federalista, nella quale il mercato convive con un ampio intervento pubblico. Noi rappresentiamo il liberismo dello Stato minimo, della responsabilità individuale, della concorrenza e della libertà economica. Sono due progetti profondamente diversi. Ed è giusto che questa differenza sia riconoscibile nel dibattito pubblico.

Siamo contrari alla trasformazione in atto dell’Unione europea in un nuovo centro di potere politico, fiscale e burocratico. Non vogliamo meno libertà nazionale in cambio di più dirigismo europeo. Vogliamo meno dirigismo, a Roma come a Bruxelles. Perché la vera alternativa non è tra sovranismo e federalismo, tra nazionalismo ed europeismo. È tra chi continua a credere che ogni problema richieda nuovi poteri pubblici, nuove risorse e nuove strutture, e chi ritiene che la prosperità nasca dalla libertà degli individui, dalla responsabilità e dal mercato.

Non abbiamo bisogno di uno Stato italiano più piccolo per costruirne uno europeo più grande. Abbiamo bisogno di meno Stato. Punto. È questa la nostra identità. È questo lo spazio politico che Liberisti Italiani intendono rappresentare, senza ambiguità e senza compromessi sui principi. E se il centro destra vuole aprire al liberismo non è con i liberal che deve trattare. Perché, come recita il nostro motto, «Il liberalismo senza liberismo è una truffa». E le dodici stelle della bandiera europea non bastano a trasformare l’interventismo in liberismo.

Andrea Bernaudo, 20 ottobre 2026

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