Cronaca

Non il carcere, ma lo psicologo: la resa dell’Occidente davanti ai terroristi

Il 21enne tedesco di origini libanesi, già condannato per aver tentato di unirsi all’Isis, aveva sostenuto due colloqui con gli esperti. Il terzo era fissato per oggi, il giorno dopo l’attentato al Pride.

berlino abdul ballout
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Non solo era considerato radicalizzato, non solo era già stato in carcere, ma si era anche arruolato. E una volta tornato in Germania cos’è successo? È finito in carcere? No, è stato fissato il colloquio per la deradicalizzazione. Parliamo ovviamente di Abdul Rahman Toufic Ballout, il ventunenne che ha trasformato la festa del Pride di Berlino in una strage. Come vi abbiamo raccontato, la sua fuga è terminata a Spandau, all’interno di un capanno in una colonia di giardini. Quando le forze speciali hanno tentato di arrestarlo, Ballout si sarebbe scagliato contro gli agenti con un’arma da taglio. I poliziotti hanno aperto il fuoco, uccidendolo. Alle sue spalle restavano una donna morta e 29 persone ferite: prima il furgone lanciato contro la folla nel Tiergarten, poi, secondo la ricostruzione delle autorità, le aggressioni con una lama. Il ministro dell’Interno Alexander Dobrindt ha parlato apertamente di terrorismo islamista. E ora sono emersi anche i corsi per deradicalizzarsi. Ma andiamo per gradi.

La storia di Ballout, infatti, non comincia con il furgone bianco. E soprattutto non è la storia di un giovane sconosciuto agli apparati di sicurezza, precipitato improvvisamente nel fanatismo. È quasi il contrario: un percorso di violenza e radicalizzazione disseminato di segnali, procedimenti giudiziari, controlli, arresti e valutazioni degli esperti. Nato a Berlino nel 2005, cresciuto nella capitale e in possesso della cittadinanza tedesca, Ballout proveniva da una famiglia di origini libanesi. I primi problemi con la giustizia risalivano all’adolescenza. Nel febbraio del 2022 era stato condannato dal tribunale minorile per lesioni personali e rapina a scopo di estorsione. Tra gli episodi contestati figuravano un’aggressione avvenuta nel 2019 nel cortile di una scuola berlinese e il furto violento di un paio di cuffie, compiuto l’anno successivo insieme a un complice. La risposta della giustizia era consistita in una misura educativa prevista dal diritto minorile, poi formalmente eseguita.

A quel punto Ballout era un giovane violento. Negli anni successivi, però, alla devianza comune si sarebbe aggiunta la fascinazione jihadista. Sul suo profilo Instagram comparvero contenuti riconducibili alla propaganda dello Stato Islamico. La magistratura tedesca ha accertato la pubblicazione, il 16 e il 24 giugno 2024, di materiale vietato legato all’Isis. Non un sospetto generico, dunque, ma propaganda pubblicata apertamente sui social. Nel 2025 arrivò il salto di qualità. Ballout non si limitò più a esibire simboli o parole d’ordine sullo schermo di un telefono: cercò di raggiungere i territori nei quali avrebbe potuto unirsi al gruppo jihadista.

Secondo la ricostruzione della procura, tentò inizialmente di partire attraverso la Turchia diretto in Mauritania. Fallito quel progetto, il 20 maggio 2025 volò da Berlino verso il Libano, sempre passando dalla Turchia. L’obiettivo finale sarebbe stato raggiungere la Siria e partecipare alla lotta armata dello Stato Islamico. In Libano entrò in contatto con persone che riteneva appartenenti all’organizzazione terroristica. Il 24 luglio venne arrestato dalle autorità locali e successivamente condannato da un tribunale militare a tre mesi di carcere, anche per istigazione a conflitti religiosi e confessionali. Il 17 novembre 2025, una volta rientrato in Germania, fu arrestato direttamente all’aeroporto di Berlino-Brandeburgo. Rimase in custodia cautelare fino al processo celebrato nella primavera successiva.

Il 12 maggio 2026 il tribunale minorile di Tiergarten lo condannò a un anno e dieci mesi per la preparazione di un grave atto di violenza contro la sicurezza dello Stato e per due violazioni del divieto di propaganda delle organizzazioni terroristiche. La pena non era ancora definitiva. La procura generale, infatti, presentò ricorso chiedendo una condanna più alta, non suscettibile di sospensione, e il mantenimento della custodia cautelare. Il tribunale ha scelto diversamente. Non decise immediatamente di sospendere la pena, ma rinviò di sei mesi la valutazione definitiva sulla possibile concessione della libertà vigilata. Ballout venne affidato alla supervisione di un assistente della probation e il mandato di arresto fu revocato.

A pesare furono i mesi già trascorsi in detenzione, sei in Germania e tre in Libano, la sua collaborazione nel corso del procedimento e soprattutto l’apparente presa di distanza dall’Isis. I giudici considerarono anche il fatto che il tentativo di unirsi al Califfato non aveva prodotto, in quel momento, un pericolo concreto per altre persone. Qui si apre la voragine politica e giudiziaria della vicenda. Perché Ballout poteva certamente mentire, simulare un ripensamento o limitarsi a pronunciare le parole che gli conveniva pronunciare. Ma la giustizia deve decidere sulla base degli elementi disponibili, non leggendo nella mente degli imputati. Il punto, quindi, non è sostenere che i magistrati dovessero prevedere con certezza l’attentato. Il punto è chiedersi se un soggetto con precedenti violenti, propaganda dell’Isis sui social, contatti con presunti jihadisti e un viaggio organizzato per unirsi allo Stato Islamico potesse essere considerato sufficientemente gestibile fuori dal carcere.

Nel frattempo era stato aperto anche un nuovo fascicolo. Il 3 luglio la sua abitazione nel quartiere di Schöneberg era stata perquisita per il sospetto di una violazione della legge sulle armi. Gli investigatori trovarono soltanto una pistola giocattolo e il procedimento venne archiviato. Anche questo controllo, preso isolatamente, non aveva prodotto nulla. Inserito nella sequenza complessiva, però, restituisce l’immagine di un uomo che continuava a orbitare nel radar degli apparati. E poi c’è la deradicalizzazione, la parola divenuta inevitabilmente centrale dopo l’attentato.

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Secondo quanto riportato dalla stampa tedesca, Ballout avrebbe dovuto partecipare a un ciclo che poteva comprendere fino a 26 colloqui con un centro specializzato nella prevenzione dell’estremismo. Aveva sostenuto due incontri, il 15 giugno e il 9 luglio, mentre il terzo era fissato per oggi, ossia il giorno dopo l’attacco. È però improprio sostenere che Ballout stesse già seguendo un vero e proprio programma di deradicalizzazione. Si trovava ancora nella cosiddetta fase di chiarimento o valutazione: gli operatori cercavano di comprendere se esistessero le condizioni minime per avviare un percorso strutturato. I primi incontri erano avvenuti su base volontaria e, secondo Thomas Mücke, responsabile del Violence Prevention Network, il ventunenne non era apparso seriamente intenzionato a mettere in discussione le proprie convinzioni.

Due appuntamenti, insomma, non fanno una deradicalizzazione. Non cancellano anni di propaganda, violenza e desiderio di unirsi a un’organizzazione terroristica. Non trasformano automaticamente una dichiarazione di distacco dall’Isis in un cambiamento reale. Gli stessi centri specializzati descrivono questi interventi come processi lunghi, fondati sulla costruzione di un rapporto di fiducia, sulla revisione critica dell’ideologia e sulla creazione di una rete stabile capace di accompagnare la persona anche dopo il carcere. Il problema è che i soggetti più radicalizzati spesso non possiedono alcuna motivazione spontanea ad abbandonare l’estremismo e nutrono una profonda diffidenza verso le istituzioni.

Ballout era apparso cordiale ma evasivo, ancorato alle proprie convinzioni ideologiche. Questo quanto confermato allo Spiegel da Thomas Mücke, direttore dell’organizzazione. Una cosa è certa: per gli operatori non aveva alcuna intenzione di cambiare. Ma “nei due colloqui preliminari non è emerso il minimo segnale di una minaccia concreta”, la sottolineatura. Un dettaglio non di poco conto, perchè così non è stato percepito il pericolo immediato. Ma è proprio questo il punto che ci spiega perchè l’Europa è morta: anzichè monitorarlo, è stato preso l’appuntamento per il colloquio con psicologi ed esperti del settore. Così l’Occidente si difende? Provando a spiegare con le buone che “no, i cristiani e i gay non si ammazzano?”.

La deradicalizzazione non è una formula magica e neppure una seduta durante la quale uno psicologo convince un jihadista a diventare improvvisamente un cittadino modello. Può funzionare, ma richiede tempo, continuità, collaborazione autentica e un controllo costante del rischio. Soprattutto, non può diventare il sostituto automatico degli strumenti giudiziari e di sicurezza. Nel caso Ballout, il meccanismo non aveva neppure avuto il tempo di partire. Il giovane si trovava in una terra di mezzo: formalmente libero, sottoposto a supervisione, già raggiunto da una condanna non definitiva e contemporaneamente valutato per un possibile intervento specialistico. Lo Stato tedesco possedeva molti frammenti della sua storia, ma quei frammenti erano distribuiti tra tribunali, polizia, servizi di sicurezza, assistenti e operatori della prevenzione. In questi casi serve il carcere, senza troppi giri buonisti di parole. Con i radicalizzati non bastano i discorsetti.

È il vecchio paradosso delle democrazie europee di fronte al jihadismo interno. Gli attentatori vengono spesso descritti, dopo le stragi, come persone “già note alle autorità”. La frase è diventata quasi un macabro ritornello. Ma essere conosciuti non significa necessariamente essere controllati, essere controllati non significa essere neutralizzati e partecipare a un colloquio non significa essersi liberati dall’ideologia. Non è ancora accertato che Ballout fosse un membro operativo dell’Isis, che avesse ricevuto ordini dall’organizzazione o che qualcuno avesse pianificato l’attacco insieme a lui. Gli investigatori stanno verificando l’eventuale presenza di complici e la possibilità che altre persone lo abbiano aiutato. Fino a quando non emergeranno prove, sarebbe scorretto trasformare le ipotesi in certezze.

Una certezza, però, esiste già. Abdul Ballout non si era radicalizzato nell’invisibilità. Aveva pubblicato propaganda dell’Isis, tentato di raggiungere la Siria, cercato contatti con presunti jihadisti, trascorso mesi in carcere e ricevuto una condanna per la preparazione di una grave azione violenta contro lo Stato. Non era ancora stato deradicalizzato. Si stava soltanto cercando di capire se volesse esserlo. E la risposta, arrivata nel modo più sanguinoso, sembra essere stata no.

Massimo Balsamo, 27 luglio 2026

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