«Non ho alcuna intenzione di scusarmi». Michela Ponzani non arretra di un millimetro. Anzi, rilancia. La storica, tornata ieri sera nello studio di Otto e mezzo, ha risposto a Ignazio La Russa, che aveva annunciato iniziative legali nei suoi confronti per le dichiarazioni sul cosiddetto Giovedì nero di Milano. Il presidente del Senato aveva offerto una via d’uscita: niente querela in cambio delle scuse. Risposta? Picche.
Ma andiamo con ordine. Perché in questa vicenda si intrecciano almeno tre questioni diverse: una pagina drammatica della storia italiana, le responsabilità personali di chi partecipò a quella stagione politica e il diritto di un cittadino, anche quando ricopre una carica istituzionale, di difendere la propria reputazione. Tutto nasce dal 12 aprile 1973. Quel giorno, durante una manifestazione dell’estrema destra a Milano, l’agente di polizia Antonio Marino, appena 22 anni, venne ucciso dall’esplosione di una bomba a mano. Per quell’omicidio furono condannati definitivamente i militanti Vittorio Loi e Maurizio Murelli. Alla manifestazione partecipò anche La Russa, all’epoca dirigente giovanile della destra milanese.
Cinquantatré anni dopo, Ponzani ha riportato quell’episodio al centro della discussione politica. Ospite di Lilli Gruber, parlando del decreto sicurezza del governo Meloni, ha sostenuto che, se una normativa analoga fosse stata in vigore nel 1973, probabilmente oggi La Russa non sarebbe presidente del Senato. La storica ha affermato che l’attuale seconda carica dello Stato si mise alla testa di una manifestazione non autorizzata, dal cui interno venne lanciata la bomba che uccise Marino. E ha invitato chi condanna le violenze di piazza contemporanee a confrontarsi anche con il proprio passato politico.
La Russa non l’ha presa bene. Attraverso il portavoce Emiliano Arrigo, il presidente del Senato ha annunciato di aver dato mandato ai propri avvocati di agire contro la storica, ritenendo le sue dichiarazioni gravemente lesive. La sua posizione è netta: gli atti giudiziari, sostiene, escludono qualsiasi responsabilità personale nella morte del poliziotto e anche un suo coinvolgimento nell’ipotesi contestata di manifestazione non autorizzata.
La Russa chiede le scuse. Ponzani rilancia
Lunedì il presidente del Senato ha provato a chiudere la controversia, almeno sul piano giudiziario. Si è detto disponibile a rinunciare all’azione legale a condizione che Ponzani chieda immediatamente scusa. La Russa ha parlato di una notizia falsa, gravemente dannosa per la propria onorabilità, sostenendo che gli avvenimenti di oltre mezzo secolo fa siano stati travisati e utilizzati nel dibattito politico attuale.
Ma Ponzani non ci sta. Tornata a Otto e mezzo, ha rivendicato la propria ricostruzione, richiamando libri, documenti d’archivio e cronache dell’epoca. Ha inoltre precisato di non aver mai attribuito a La Russa la responsabilità dell’omicidio: «Ho detto che era presente a quella manifestazione». Non solo. La storica ha accusato il presidente del Senato di tentare di intimidire chi racconta il passato e ha rivendicato il ruolo autonomo della ricerca storica nelle democrazie. Poi l’affondo istituzionale: «Non siamo più sudditi, siamo cittadini», ha dichiarato, richiamando il principio di uguaglianza sancito dall’articolo 3 della Costituzione.
«La Russa era a capo di un corteo vietato dal prefetto di Milano per motivi di ordine pubblico. È cronaca riportata da varie fonti: noi storici non ci inventiamo le notizie. Se il presidente La Russa vuole querelarmi semplicemente per aver ricordato un fatto storico deve querelare tutti gli autori di libri che riportano questo fatto, l’archivio centrale dello Stato che conserva ancora oggi la documentazione della questura e della prefettura di Milano, i giornali dell’epoca: i fascisti del movimento sociale e del fronte della gioventù di cui La Russa era segretario che devastano Milano e hanno ucciso un agente di polizia di 22 anni. Non ho detto che La Russa ha responsabilità dell’omicidio, ho detto che era presente a quella manifestazione. Gli storici nelle democrazie non hanno il compito di celebrare il potere, ma di smontare le narrazioni di comodo. È il mio mestiere e continuerò a farlo con tutti i miei mezzi», ha detto Ponzani. «La professoressa Ponzani non ha alcuna intenzione di scusarsi con il signor presidente del Senato – ha aggiunto la storica -. Anzi, ho già sentito il mio avvocato Fabio Anselmo per tutelare quelle che sono le mie ragioni, la mia onorabilità, la mia professionalità. Perché vorrei ricordare al presidente del Senato della Repubblica italiana che i titoli accademici non si ereditano come i titoli nobiliari, ma costano tanta fatica e per le donne è ancora più faticoso raggiungere certe vette. Quindi pretendo che mi si riconosca almeno il titolo di professoressa universitaria. Un presidente del Senato che querela professoressa universitaria non è una bella pagina per la democrazia. Io ho visibilità, ma tanti colleghi no. Si vuol mettere a tacere tutte le voci critiche che non hanno il potere di difendersi e usare la comunicazione? È una cosa gravissima».
Insomma, altro che riconciliazione.
Le opposizioni contro la querela
Nel frattempo la vicenda è diventata un caso politico. Dal Partito democratico al Movimento 5 Stelle, diversi esponenti dell’opposizione hanno preso le difese della storica, contestando l’iniziativa giudiziaria annunciata da La Russa.
Giuseppe Conte ha chiesto esplicitamente al presidente del Senato di ritirare la querela. I senatori democratici Dario Parrini, Francesco Verducci e Walter Verini hanno invece richiamato la necessità di difendere la libertà di ricerca e di discussione pubblica, denunciando il rischio delle cosiddette querele intimidatorie.
Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).

