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Il manichino choc

Occhio, c’è chi vuole la Meloni morta

A Bologna un manichino del premier appeso a testa in giù. La storia non ci insegna nulla?

meloni manichino

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Alla retorica di sinistra piace sbandierare la memoria, “il vizio della memoria”, ma la verità è che la memoria non serve per impedire nuove barbarie ma per rinfocolarle. La memoria come antidoto, medicina buona contro il male, ricordare per non ripetere. Ma quando. Siamo all’opposto, al ripetere ricordando. Io ricordo. Io, uomo dell’altro secolo, ricordo. Ricordo il furore, l’odio contrapposto, il gorgogliare del mitra, il gracchiare della pistola. Io stavo a Milano, via Montenevoso e di fronte alla mia stanza ce n’era un’altra, con la tapparella rotta, di sbieco, sempre calata, e filtrava la luce tutta la notte. C’erano le Brigate Rosse, custodivano il memoriale di Moro in copia. Una domenica mattina di inizio ottobre il nucleo scelto di Dalla Chiesa irrompeva, colpi di tosse di pistola, “aprite! Aprite!” e fuggiva chi può, i brigatisti, che tanto furbi non dovevano poi essere, decidevano d’infilarsi come topi nel bar Franco, lì all’angolo, dove andavo a giocare a flipper tutto il pomeriggio epiche sfide con gli amici nel tifo sornione delle puttane materne della pensione Cremona, lì di fronte.

Mio vicino di casa era Fausto Tinelli, quello del Leoncavallo abbattuto insieme all’amico Lorenzo “Iaio” Iannucci da un commando di assassini rimasti ignoti, ma con forte probabilità dei NAR di Carminati, er Ciecato, anche se non si saprà mai davvero. E le BR in un secondo comunicato dopo la strage di via Fani, infilavano, caso inaudito e mai più ripetuto, una solidarietà ai compagni Fausto e Iaio che sapeva tanto di messaggio trasversale. Fausto era muro a muro, la famiglia operaia, bravissima gente, aveva 18 anni ed era morto. In via Mancinelli, nel suo sangue. Come era morto Sergio Ramelli, in fama di fascio, lui però con la testa scoperchiata dalle chiavi inglesi dei compagni di Medicina alla Statale, “sa, giudice, era così, per dare un segnale”, cervello spappolato per largo Murani, quaranta giorni di agonia, quando finalmente cede il consiglio comunale di Milano si leva in piedi per un lungo applauso: un fascista di meno!, e tra chi esulta ci sono Dario Fo e Franca Rame, quelli che sapevano dove fossero i tre latitanti che avevano bruciato vivi i fratelli Mattei di 22 e 8 anni, Lollo, Grillo e Clavo, poi fatti espatriare, ma Fo e Rame erano quelli del Soccorso Rosso nell’alone del terrorismo, e il solito Sofri rivendicava moralmente la soppressione del ragazzino del Fronte della Gioventù, dall’alto della sua etica di capo di Lotta Continua che aveva ammazzato il commissario Calabresi a pistolettate un giorno di maggio del ’72…

Devo continuare? No, la memoria mi ricorda che ogni giorno era così, ogni mattina un bollettino dei gambizzati, degli ammazzati, traumi su traumi, lo studente Massimo Coco, di Genova, chiamato di furia, è successo qualcosa a tuo padre, e il padre era il procuratore Francesco, freddato coi due della scorta, agenti Saponara e Deiana, e Massimo andava e vedeva il sangue uscire dal padre agonizzante e poi a scuola trovava i bigliettini, ben fatto, tuo padre era un fascista, e non erano solo compagni di classe, c’erano pure i professori in fregola terrorista. Cioè il 99%.

Devo continuare? No, salto all’oggi, che sono vecchio e sopravvivo in una curiosa sospensione del tempo, della logica, della speranza: stiamo danzando col demonio, in una guerra sociale non dichiarata ma sorda e cattiva, come quando ero ragazzo, che può portare ad esiti ancora più incontrollati perché i partiti di massa sono spariti, il loro populismo retorico, che serviva a lenire i furori più balordi, è andato, la società è dissociata, un tutti contro tutti dove ognuno può fare il cazzo che vuole. Ed è salita al potere Giorgia Meloni e la cosa non è piaciuta alla sinistra umanitaria, democratica, popolare ma solo quando vince, ai kollettivi che in cinquanta fanno muro contro Capezzone, inerme, munito solo delle sue idee ma Capezzone alla Sapienza non ci deve entrare, è “obiettivamente fascista” come dicono i coglioni del garantismo percepito, e la mocciosa in televisione gli dice, ma cosa vuoi Capezzone, ma se siamo perfino venuti disarmati.

Ma, perdio, un filo rosso c’è tra questi e le terroriste climatiche con le tettine che tirano zuppe ai Van Gogh e ridacchiano: “Ma quale ambiente, quale pianeta, noi siamo drogate di attenzioni e ci ispiriamo alla Brigate Rosse”. Non sanno di cosa parlano ma qualcuno le ha ammaestrate, anche le BR partivano dalla polvere, le azioni dimostrative, qualche auto bruciata, qualche piccolo sabotaggio, qualche sequestro lampo come quello dell’ingegner Amerio, poi sarebbero cresciute, scientificamente, metodicamente, aspettando i tempi giusti, le svolte giuste, i trattativisti Curcio e Franceschini tolti di mezzo, tutto il potere al militarista Moretti, sarebbero salite alle gambizzazioni, agli omicidi, alle stragi. E il morto puntuale arriva, a Berlino, per colpa di questi fanatici prezzolati che impediscono i soccorsi a un ferito, ma, vedrete, presto anche da noi. La logica è sempre quella, inscalfibile: che volete che sia un morto davanti alla rivoluzione, al riscatto dell’umanità. Quell’amor degli altri che uccide, tipico dei movimenti terroristi, ma non è amore, è crudeltà dal trucco pesante, da puttana. La retorica della “vita delle persone umane” se si parla di sbarchi, la disumanizzazione eversiva quando si discute di clima.

E non cambia mai, ha sempre lo stesso odore cattivo. Noi ci protendiamo verso un futuro ipotetico, il post trumpismo in America, il post gretismo europeo, ma stiamo a far vaticini con una palla di cristallo smerigliato, opaca, vecchia. E tutto ritorna al più plumbeo passato. A questo serve la memoria: ad appendere, ancora oggi, a Bologna, il pupazzo in fattezze naturali di Giorgia Meloni, naturalmente a testa in giù, ovviamente per mano dei fatidici kollettivi. Poi in un turbine di fumi e furori, hanno dato fuoco al pupazzo. La settimana scorsa altri balordi fuoricorso avevano bruciato le foto di Meloni, di altri, memoria che non rimembra, memoria da Alzheimer, per molti, ma non per tutti. A parecchi la scena demoniaca, la bambola che brucia appesa, avrà detto poco o niente. A chi, come me, la memoria ce l’ha dentro, fatta di traumi stratificati, dice fin troppo. È l’incendio della prateria che si cerca? Sì, è quello e anche le reazioni sono le stesse di quaranta, cinquant’anni fa: patetico attendere condanne dalla galassia di sinistra, anzi insinuano che Meloni se l’è cercata, essendo. Cioè esistendo. Nel tempo delle percezioni, sessuali, anagrafiche, climatiche, s’impone l’obiettivamente fascista, senza margine di dubbio, senza possibilità di replica: il bene si giustifica di per sé e di per sé annienta il male. Il male è fascista, Meloni è fascista, Meloni affoga i migranti, Meloni va bruciata a testa in giù. Il rogo si spegne tra gli sghignazzi e le bestemmie di questa gioventù lurida, che se la chiami da femmina essendo femmina, ha “un trauma” e denuncia il professore, ma non esita alle sceneggiate più truculente.

A che serve la memoria se non a ripetere i vecchi crimini, morali, ideologici? A che, se non a rispolverare l’antica ipocrisia? Si cerca il morto e si lavora per trovarlo, per crearlo: questo è fin troppo evidente a chi la memoria ce l’ha. Una scena come il rogo del pupazzo Giorgia di Bologna è, quella sì, obiettivamente fascista, e lascia zaffate irrespirabili di passato. E poi il silenzio, il silenzio fetido. Ancora quello. Sempre uguale, così dannatamente pieno di cinismo e di viltà. Il più stridente? Quello di chi eccita con dichiarazioni irresponsabili una plebe già inferocita, dice che ai “novax” va fatto di peggio, gli va messa la stella gialla. Catafratto a volte a una memoria che dovrebbe consigliare pietà. Certi proclami spericolati non ricordano le teorizzazioni dei cattivi maestri, non equivalgono a incitamento alla violenza? Le società dissestate sono pazze, hanno bisogno del capro espiatorio, dei bersagli su cui scaricare una catarsi meschina. Ieri erano due ragazzi del Leoncavallo o un adolescente del Fronte della Gioventù, o due poveri cristi di sbirri di scorta, un magistrato, un sindacalista, un giornalista di medio calibro, oggi taglia unica, per tutto funzionano questi misteriosi “novax” che nessuno ha cura di definire perché più sono indefiniti e più li si può accusare di tutto.

Gli attacchi simbolicamente cruenti a chi governa ci sono sempre stati, ma nel caso del pupazzo Giorgia c’è qualcosa di più un irrazionalismo cupo, una specie di sabba, di liturgia del male, come una messa nera. Chi certe cose le porta dentro non ha alcuna voglia di illudersi o di minimizzare: la scena di Bologna, come altre prima, come altre che seguiranno, gli parla, gli dice tutto quello che c’è da capire. Non resta che disporsi ad attendere il dramma, avvolto in una memoria che non ricorda.

Max Del Papa, 11 novembre 2022