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Ora è ufficiale: l’esproprio dell’Ilva fu un’ingiustizia

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Ogni giorno la cronaca dell’Ilva ci regala un pezzetto di un puzzle degli orrori. Una foto dell’Italia industriale che una certa politica e una certa magistratura vogliono cancellare. Ieri sono uscite le motivazioni con le quali un coraggioso magistrato di Milano ha assolto dal reato di bancarotta Fabio Riva, erede della famiglia a cui hanno espropriato l’azienda di Taranto. Era del tutto evidente che quell’accusa fosse fragile, posto che si riferiva ad un periodo in cui i Riva non gestivano più l’azienda. Le motivazioni vanno oltre. Leggiamole: «Nella gestione dell’Ilva di Taranto da parte della famiglia Riva, tra il ’95 e il 2012, la società ha investito “in materia di ambiente” per oltre un miliardo di euro e “oltre tre miliardi di euro per l’ammodernamento e la costruzione di nuovi impianti” e non c’è stato il “contestato depauperamento generale della struttura”».

Ai Riva è stata sottratta un’azienda, oggi in stato comatoso, senza ancora una sentenza di primo grado, per il supposto reato di disastro ambientale. Nel frattempo i magistrati stanno facendo giustizia dell’altra frottola mediatica e cioè che la famiglia non investisse negli altoforni e nell’ambiente. Mentre Milano assolveva, a Taranto la giustizia si incarta.

Nel 2015, durante la gestione statale, muore un giovane operaio davanti all’Altoforno numero due. I giudici dispongono il sequestro senza facoltà d’uso del forno: e di fatto la morte industriale dell’impresa. Il governo Renzi fa un decreto per impedire lo spegnimento; i commissari si impegnano ad investire e la procura, visti gli impegni e obbligata dal decreto, scarcera l’altoforno. Passano alcuni mesi e la Corte costituzionale dice che quel decreto è illegittimo; e un altro giudice stabilisce che gli investimenti di ammodernamento fatti non sono sufficienti: si prescrive un’altra volta la chiusura del forno entro il 3 dicembre dello scorso anno. I commissari ricorrono e ieri un altro Tribunale sblocca il forno. Per rendere la cosa ancora più complicata un’altra procura, quella di Milano, indaga contro ignoti, sottotesto Mittal, perché ha deciso di uscire dalla trappola di Taranto in quanto obbligati a chiudere quel forno, per la richiesta che abbiamo menzionato della procura di Taranto.