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Il catechismo ambientale

Paradosso auto elettriche: sono troppe e la California va in blackout

La California è lo Stato modello della transizione ecologica. Ma ora deve fare i conti con quelle che sono le difficoltà dei cittadini

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Se dovessimo indicare la principale sfida che i governi nazionali sarebbero pronti ad affrontare all’unanimità, essa risponderebbe ad un’unica formula: transizione ecologica. Dall’Unione Europea agli Stati Uniti, l’obiettivo primario del globo è quello di salvare il pianeta che starebbe “morendo”, a causa delle attività industriali ed inquinanti, poste in essere dall’uomo.

Eppure, rimane una questione che non può essere sottovalutata: chi dovrà pagare maggiormente, in termini sociali ed economici, le imposizioni applicate per il salto ecologico? Ad oggi, pare che sia la produttività statunitense ed europea a dover far fronte ai prezzi più cari. E lo si nota sul tema della produzione di carbone, tra le principali fonti di emissioni di Co2.

Nonostante il Green Deal, le tasse ecologiche e le innumerevoli limitazioni in tema di circolazione dei veicoli inquinanti, il nostro continente produce solo il 3 per cento del carbone a livello globale. Se aggiungiamo anche gli Stati Uniti e l’Australia, ecco che la percentuale corrisponde ad un misero 12 per cento.

Al contrario, se ci spostiamo sul fronte asiatico, è la Cina a detenere il primato assoluto: il 50 per cento del carbone mondiale è prodotto proprio dal Dragone, a cui segue l’India, che innalza il valore precedente al 62 per cento. Nonostante gli obiettivi autoimposti dai governi occidentali, a colpi di aumenti di tasse, Trattati di Parigi, Cop26 e divieti di produzione, ecco che Pechino agisce indisturbata nell’esecuzione di una politica puramente inquinante, disinteressandosi degli obiettivi ecologici. Il risultato finale è la continua crescita economica del colosso cinese, a discapito delle nostre economie zoppicanti, rese ancor più provate da questo spopolante fenomeno green.

Il caso della California

La California è tra gli Stati ad incarnare maggiormente una politica di catechismo ecologico. Come rilevato dalle 255 pagine dell’ambiziosa proposta della California Air Resources Board, chiamata piano di scoping, l’obiettivo è quello di ridurre sensibilmente le emissioni di Co2, con cifre da capogiro. Da una parte, il piano prevede la riduzione del 40 per cento di anidride carbonica prodotta, rispetto ai livelli del 1990, entro il 2030; oltre alla totale decarbonizzazione entro il 2045. A ciò, si aggiunge l’intento di eliminare il 91% del petrolio utilizzato, nel giro di qui a vent’anni.

Il complessivo costo delle misure si aggirerebbe intorno ai 45 miliardi di dollari, a cui si aggiungono gli investimenti applicati dalla legislazione californiana, a partire dal 2012. Il fondo di Investimenti Climatici per la California, infatti, consta di ulteriori 12 miliardi incassati dal governo. Insomma, solo per lo Stato in questione, le spese degli ultimi dieci anni, in campo green, sfiorano la cifra di 60 miliardi di dollari.

Ma è la stessa amministrazione Biden a seguire lo schema californiano. Lo scorso agosto, infatti, il presidente Usa ha firmato una nuova legge sul clima, pronta stanziare la mastodontica cifra di 370 miliardi di dollari, la più grande azione intrapresa dal governo federale per combattere i cambiamenti climatici. Nonostante tutto, gli esperti hanno già affermato come tali investimenti non saranno sufficienti per raggiungere gli obiettivi prefissati. Ed è proprio qui che si intersecano le storture economiche dovute alla politica ambientalista: aumenti di tasse e divieti di circolazione.

Lo scorso anno, Joe Biden ha firmato un ordine esecutivo, che impone la vendita di auto elettriche, affinché queste ultime possano raggiungere il 50 per cento – rispetto al 6 per cento di oggi – dei veicoli totali in circolazione, entro il 2030. Al di là degli interventi governativi, però, rimane l’impossibilità concreta di attuare una misura del genere: molte case automobilistiche hanno affermato che le loro strategie sono allineate con l’obiettivo di promuovere veicoli a emissioni zero, ma rimane l’impossibilità di metterli in pratica, a causa dell’assenza di catene di approvvigionamento nazionali. Ma questo non interessa alla California: le imprese, che non rispettano i termini legislativi o che non raggiungono gli obiettivi di produzione, saranno sanzionate con una multa di 20mila dollari, a cui si affiancano le quindici accise ambientali che gli organi produttivi devono sopportare fiscalmente.

I danni della transizione verde

Ma non finisce qui. Proprio a causa dello sfrenato ambientalismo dei governatori californiani, lo Stato è tra quelli con la tassazione più alta del Paese a stelle e strisce, con oneri fiscali minimi che sfiorano il 10 per cento, fino ad arrivare ad un massimo di 13,3 per cento. Questi dati, che per l’Italia risulterebbero estremamente bassi, non lo sono però per il resto degli Usa. Si pensi, per esempio, ai territori del Tennessee, della Florida o del Delaware, dove le imposte viaggiano tra il 5 ed il 6,5 per cento.

Per di più, dallo scorso agosto, come abbiamo potuto verificare dopo la segnalazione di un commensale del sito nicolaporro.it , il governo californiano ha posto l’obbligo di non ricaricare i veicoli elettrici; oltre ad un assoluto divieto di erogazione dell’energia elettrica tra le 4 e le 9 di mattina. Il motivo? Non c’è energia sufficiente per stare a dietro a tutte le auto elettriche, il cui aumento della produzione ha portato al rischio blackout, per un deficit di forniture pari a 1.700 megawatt, quantitativo in grado di soddisfare più di un milione e mezzo di californiani.

Oltre al danno, arriva anche la beffa. All’interno del piano di scoping, si delineano quattro possibili scenari diversi, da applicare per raggiungere gli obiettivi green. All’interno di una specifica tabella, si ammette come le misure implicherebbero la perdita minima di 80mila posti di lavoro, per un massimo che raggiungerebbe quasi 400mila lavoratori. Il danno economico e sociale verrebbe valutato dalle istituzioni della California, a seconda del modello scelto. Attualmente, la pista favorevole è lo schema numero 3. Di seguito, ecco la tabella.

La politica green rende più poveri

A ciò, si aggiungono le preoccupazioni del Partito Democratico, circa l’esplosione delle disuguaglianze economiche nella popolazione. Nella stessa California, infatti, i rincari di cui sopra hanno portato un sesto dei cittadini allo stato di “povertà energetica”, cioè quando un nucleo familiare spende più del 10 per cento del proprio reddito in bollette. Si consideri che il reddito medio californiano è pari a 120mila dollari, trattandosi di uno degli Stati con un Pil tra i più alti del mondo. Cosa potrebbe succedere se tali misure ecologiche dovessero essere applicate a Paesi meno abbienti, tra cui l’Italia stessa? Il risultato è dimostrato nel paragrafo qui sotto: secondo i dati Eurostat, i cittadini dovranno pagare più tasse. Ergo, diventare più poveri.

I dubbi dei democratici americani

Non solo i Repubblicani, anche alcuni importanti democratici statunitensi non seguono ciecamente la strategia californiana, utilizzata come modello dalla stessa Casa Bianca. Secondo Catherine Reheis-Boyd, presidente e Ceo della Western States Petroleum Association, che rappresenta le compagnie petrolifere e del gas, un nuovo piano di scoping deve tener conto “di come vivono davvero i californiani, senza fare affidamento su teorie ed infrastrutture che non esistono“. E ancora: “Il piano imporrebbe più divieti, mandati e regolamenti costosi, che sono progettati per influenzare ogni aspetto di come lavoriamo, giochiamo e viaggiamo”. A ciò si aggiungono anche le preoccupazioni espresse da Marie Choi, direttore delle comunicazioni per l’Asian Pacific Environmental Network: “Il piano è iniziato con troppe indennità ed altri milioni sono stati regalati. Le compensazioni sono essenzialmente espedienti contabili, che non consentono ai grandi inquinatori di continuare ad alimentare i disastri climatici”.

Per di più, le critiche arrivano anche dal senatore Bob Wieckowski, presidente della sottocommissione per il bilancio ambientale del Senato, il quale ha specificato come il rischio di veder fallita l’attuazione del piano sia “un rischio molto reale”, accompagnato poi dalle stesse convinzioni di Ross Brown, membro dell’ufficio degli analisti legislativi.

L’intero piano dovrebbe essere votato dal Consiglio nell’imminente autunno. E, secondo Forbes, non è escluso che possa essere sostenuto anche da alcuni rappresentanti del Gop. Al di là di quello che sarà l’esito finale, balza all’occhio lo scenario catastrofico, da un punto di vista economico, lavorativo e sociale, che abbiamo appena raccontato. Potremmo salvare il pianeta? Non è detto. Anzi, secondo molti esperti, tutto ciò non sarebbe per nulla sufficiente. Distruggeremo il nostro assetto produttivo e l’attuale coesione sociale? Su questo, ci sono molte più certezze. Purtroppo.

Matteo Milanesi, 14 settembre 2022