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Il caos delle sanzioni

Pasticcio a Trieste: cosa succede alla nave dell’oligarca

Il paradosso per le sanzioni alla Russia: il mega yacht non si può spostare (e l’Italia paga)

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Caro Porro,

dato che “Il Piccolo” è il giornale di Trieste e, notoriamente, tutto ciò che è triestino ha difficoltà a oltrepassare quella barriera naturale ma soprattutto mentale che è costituita dalle foci del fiume Timavo, a meno che, altrettanto notoriamente, il superamento non abbia come finalità un’escursione gastronomica domenicale in Friuli, terra considerata generalmente dai triestini arretrata e per questo non priva di un certo qual esotismo, ma non è questo l’argomento che è qui in questione, ho pensato di fare cosa gradita a tutti e a tutte sintetizzandovi l’ottimamente documentato articolo di Diego D’Amelio, uscito ieri, 27 marzo, e segnalatomi nella circostanza dall’amico Massimiliano Esse, facendo così in modo che qualcosa di triestino, ma che riguarda in verità tutti noi, non resti confinato in quella virgola di terra italica che si protende come lama di ricurvo pugnale nelle balcaniche plaghe (disclaimer: questa formulazione è molto ironica e non dev’essere intesa letteralmente. Parodiando il linguaggio del ventennio, essa intende denunciare molte cose, tra cui il nazionalismo e i suoi gerghi).

Bene, cosa racconta, con dovizia di particolari, D’Amelio? Racconta che il megayacht dell’oligarca russo Melnichenko, una specie di veliero-monstre da 143 metri per dodicimila tonnellate, ora ormeggiato all’Arsenale San Marco della città e sottoposto a sequestro a causa del congelamento dei beni dei cittadini russi, non può essere spostato. “E quindi?”, direte voi, “con tutti i problemi che ci sono dobbiamo ora preoccuparci del natante dell’oligarca?”.

Purtroppo sì, ed ecco perché. Il bacino dell’Arsenale dovrà essere liberato entro il 10 aprile dato che Fincantieri lo dovrà utilizzare per completare i lavori di una nave da crociera in via di consegna. Ogni giorno di ritardo sulla data prevista comporta una penale di 600mila euro.

Tuttavia, il bacino non può essere liberato perché, appunto, ospita il mega yacht che, da dopo il sequestro, è passato sotto la responsabilità dell’Agenzia del Demanio. Dunque, lo Stato italiano. Per poterlo spostare bisognerebbe accendere una polizza nuova, dal momento che quella che assicurava il veliero spaziale è venuta meno con l’applicazione delle sanzioni UE contro la Russia. La polizza deve coprire un bene del valore di oltre mezzo miliardo di euro, più annessi e connessi (cioè principalmente i dodici uomini d’equipaggio, ma quattro si sarebbero intanto volatilizzati).

Il costo dell’abnorme polizza sarebbe dunque di competenza dello Stato, in attesa che quest’ultimo possa rivalersi su Melnichenko (posto che lo possa fare in punta di diritto, aggiungiamo, cosa che è tutto meno che scontata). Il Prefetto di Trieste – riporta l’articolo – ha interpellato il Ministero dell’Economia, il quale dovrebbe acquisire il parere del Comitato di sicurezza finanziaria, prima di avviare la stipula della polizza. Il parere del Comitato dipende inoltre dall’inventario del bene e di tutto ciò che esso contiene. Operazione che non è iniziata. L’Agenzia del Demanio, nel frattempo, non si pronuncia.

Lo yacht, inoltre, dev’essere conservato in perfetto stato, in vista della sua futura restituzione. Per la sua manutenzione si è dovuto procedere allo smontaggio di un albero. Ma il cantiere navale francese costruttore dell’albero ha dichiarato che non lo rimetterà al suo posto senza una polizza assicurativa in essere.