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Pedaggi giù e manutenzione. Autostrade, accordo vicino

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La questione Autostrade ha due sensi di marcia. Da una lato viaggia la ricerca di un nuovo accordo che, proprio in queste ore, pare trovare una soluzione, con la famiglia Benetton disposta a cedere la maggioranza e il controllo di Aspi, a mettere nero su bianco un taglio dei pedaggi del 5% e a sottoscrivere l’impegno a investire almeno 3 miliardi di euro in manutenzione. Dall’altro lato, la ormai biennale minaccia di revoca della concessione.

Ora, proviamo a pensare che un giudice stabilisca in via definitiva che la società Autostrade (Aspi) sia stata responsabile del crollo del ponte Morandi. Il medesimo magistrato dovrebbe dimostrare che i vertici operativi (che oggi sono diversi) fossero a conoscenza della mala gestione e in qualche modo complici o mandanti. Infine il medesimo magistrato dovrebbe dimostrare, oltre ogni ragionevole dubbio, che gli azionisti di maggioranza della medesima azienda, e cioè i Benetton, fossero al corrente dell’ordito criminale. Questo è ciò che dovrebbe accadere in uno Stato di diritto occidentale. In realtà questo è il Paese in cui alla famiglia Riva viene sottratta l’Ilva senza ancora alcun giudizio di primo grado sulla sua presunta colpevolezza.

Ciò che sta avvenendo ai Benetton è un copione che si ripete. Sentiamo il cattivo odore della giustizia sommaria. Che, alla fine, si tradurrà in una sconfitta per tutti. Il lezzo è quello che si percepisce quando il nuovo ad del gruppo viene sbattuto in prima pagina sui quotidiani perché indagato. Con tutta probabilità la sua posizione verrà archiviata. Ma ora tutto serve per la causa contro i Benetton. Serve la sentenza della Corte costituzionale che dice che bene ha fatto il governo a non affidare alle autostrade di famiglia la ricostruzione del Ponte. Serve il finto scandalo del ministro De Micheli che riaffida la gestione del ponte proprio ai Benetton. Come se fosse possibile affidarlo ad altri. Viviamo in una bolla di giustizialismo. Gonfiata dai grillini e alimentata dall’avvocato del popolo che, all’indomani della tragedia, disse che non avrebbe aspettato i tempi della giustizia per revocare la concessione.

Ma il punto è proprio questo, quello del tempo. Se i Benetton fossero gli azionisti criminali mandanti delle omissioni per la caduta del ponte, avremmo aspettato troppo, e cioè due anni, per toglierli di mezzo. Se, come è verosimile, quello che è successo è un impasto di insipienza dell’amministrazione pubblica e piccoli affari del management piuttosto arrogante del gruppo autostradale, beh se così fosse bisognerebbe procedere con più ordine e meno ideologia. Lo Stato padrone, che tanto piace ad una trasversale alleanza grillina-piddina, è un disastro. Il suo fallimento è ben superiore a quello del mercato. Proprio questa vicenda ci dice che, una volta sottratta la concessione alle Autostrade private, essa dovrebbe finire alla pubblica Anas, che già ha molte difficoltà a gestire il suo. La caduta di un ponte Anas è un campanello di allarme che nessuno sembra ascoltare sulla circostanza che i ponti crollano non solo se in mano ai cattivi privati.