Bologna è bellissima. Lo dicono tutti. I portici che ti abbracciano quando piove, l’Università che ha visto passare Dante e oggi sforna ventenni con lo zaino e la fretta. 392mila abitanti che diventano un milione se si conta l’hinterland, più altri 500mila che ogni giorno la attraversano come un fiume in piena. Poi è arrivata Ryanair, e insieme ai bolognesi ci sono altri 4 milioni e mezzo di turisti l’anno. Una città che non dorme mai, ma che da sempre ha un incubo ricorrente: il traffico.
E qui comincia la storia di un’occasione mancata. Anno 2000. Il sindaco è Giorgio Guazzaloca, l’unico non comunista dal dopoguerra. Succede l’impensabile: trova i soldi dal CIPE, su proposta del Ministero delle Infrastrutture e dei trasporti, per fare una metropolitana vera. Come è stata realizzata in quegli anni a Brescia (200.000 abitanti con un hinterland da 1,27 milioni di abitanti con un progetto approvato nel 2003 e inaugurato a nel 2013). Più o meno gli stessi numeri, stesso problema. Una soluzione a portata di mano, per non restare imbottigliati nel solito ingorgo di auto e di retorica, per non inquinare.
Poi arriva Cofferati. Non era di Bologna, lo avevano mandato a “normalizzare”. E la normalità, a Bologna, prevedeva che la metro non si facesse. Così, da quel no, nasce un surrogato per rispondere al problema del collegamento fra la stazione e l’aeroporto. Si chiama People Mover, o Marconi Express se preferite. Una monorotaia scintillante, tecnologia Intamin, di quelle che all’estero usano nei parchi divertimento. Chi c’è salito lo sa: ti sembra di stare su una giostra, solo che il biglietto costa 12,80 euro e davanti non hai il panorama di Gardaland. Può portare al massimo 48 persone per volta. Impiega sette minuti dalla stazione all’aeroporto. Quando funziona. Perché dal novembre 2020, data dell’inaugurazione, il Marconi Express ha imparato bene l’arte del fermarsi. Un po’ per il software, un po’ per i sensori, un po’ perché a Bologna ogni tanto piove, tira vento, o — orrore — nevica. E allora scatta il bus sostitutivo. Stesso prezzo, pazienza inclusa.
È costato 125 milioni. 25 li hanno messi i privati, 27 la Regione, 13 l’Aeroporto, 60 le banche. Soldi che dovremmo ripagare noi, un biglietto alla volta. Il contratto è chiaro: se la monorotaia va sotto il 98% di efficienza, il Comune non versa i contributi. Se i passeggeri sono quelli indicati nell’accordo i fondi vanno al Comune (che comunque ne versa la quasi totalità per il funzionamento). Fin qui, direte voi, è la solita storia italiana: un’opera che costa, si rompe, e qualcuno litiga. Il punto è che adesso la storia cambia tono. Il 24 aprile la Corte dei Conti prende carta e penna e scrive una parola che pesa come un macigno: “opaco”. Non riferita a un bullone, ma alla gestione. All’intero modo in cui abbiamo maneggiato un’opera pubblica.
Come se non bastasse, l’ANAC punta il dito su una proroga. Tre anni in più di concessione a Marconi Express, dal 2049 al 2052. Tre anni “regalati” proprio mentre Ministero e Comune mettevano mano al portafoglio pubblico per tenere in piedi i conti. Il 28 febbraio 2026 l’ANAC chiede: perché? E la domanda resta lì, sospesa come una monorotaia in avaria. Il colpo più duro, però, arriva da dentro il Comune. Il RUP, il Responsabile Unico del Procedimento, l’uomo che dovrebbe difendere il progetto, dice che quella proroga è “da revocare”. Ma poi aggiunge: decida il Consiglio Comunale.
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E qui la faccenda smette di essere tecnica e diventa politica politica. Perché quando la Corte dei Conti il 24 Aprile parla di opacità, l’ANAC di dubbi, e lo stesso tecnico del Comune di revoca, il silenzio non è più una strategia. È una risposta. Il sindaco Matteo Lepore, interrogato dal consigliere Matteo Di Benedetto, tace. E in quel silenzio c’è tutta Bologna: bellissima, piena di vita, ma con un vizio antico. Quello di non guardarsi mai davvero allo specchio.
Il People Mover doveva portarci in aeroporto. Rischia di portarci altrove: nel paese dove le domande restano senza risposta e i cittadini pagano due volte. Una col biglietto, una con la fiducia. Perché alla fine, la vera infrastruttura che manca a questa città non è fatta di rotaie. È fatta di trasparenza. E su quella, per ora, il semaforo è rosso.
Elena Ugolini, 5 maggio 2026
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