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Perché la sconfitta in Emilia può far bene a Salvini - Seconda parte

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La differenza, volendo, sta in questo: che, a livello di segreterie, di partiti centrali Zingaretti non imparerà niente perché è politicamente inetto e perché glielo impedisce l’utilitarismo miope, spocchioso della sua tradizione. Mentre Salvini può, e se vuol durare deve, imparare a evolversi non solo nello stile comunicativo quanto nell’approccio strategico. Già è politico di lungo corso, ha avuto l’enorme merito di resuscitare un partito al 4 percento portandolo a proporzioni impensabili, quasi decuplicandolo. Ma in politica la gloria dura meno di un attimo e se a 47 anni non diventi uno statista non lo diventi più. Perché è con la solidità, con la credibilità che disinneschi i luoghi comuni di sinistra dell’antifà permanente, dell’odio attribuito, del razzismo pretestuoso. Non che il paese si sia risvegliato globalista ed europeista, malcontento e insofferenza sono lì, intatti, dalle Alpi a Capo Passero, in Emilia ha tremato ma retto un grumo radicato ma il governo centrale non risolverà il problema di una cittadinanza che non lo vuole, che lo sente estraneo fino all’usurpazione.

Sta di fatto che l’esito dell’attacco di Salvini si è risolto nel seguente bilancio: “è stata una cavalcata esaltante”. Quanto a dire la fatale mestizia di chi esce battuto. Eppure ci sono sconfitte più salutari di certi trionfi effimeri, basta saperle capire, basta saperle metabolizzare.

Max Del Papa, 27 gennaio 2020