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Perché quello di Fontana è stato un discorso liberale

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Era forse destino che fosse un “ultracattolico”, come senza tema del ridicolo lo hanno definito i compagni, a pronunciare in Parlamento, come neopresidente della Camera dei deputati, quello che è forse il più vibrante discorso liberale che si sia sentito da tempo in quelle stanze. Lorenzo Fontana ha soprattutto avuto il coraggio di sdoganare quello che è forse il termine-concetto centrale nel pensiero liberale: un lemma che, negli ultimi anni, noi liberali abbiamo avuto timore e pudore nel pronunciare: quello di diversità. Il fatto è che quella parola è stata come sequestrata dalla sinistra, che l’ha surrettiziamente assunta come base di un’ideologia, quella del politicamente corretto, che proprio la diversità e la ricchezza di tonalità e opinioni che fa variopinto e libero il mondo finisce per annullare.

In un trionfo dell’indifferenziato, per dirla con la felice espressione usata in un bel libro appena uscito da Michele Silenzi, che è la conseguenza ultima del principio dell’uguaglianza e che è l’altra faccia di quell’omologazione che Lorenzo Fontana ha stigmatizzato nel suo discorso di insediamento. In una sorta di cortocircuito teorico e pratico, partiti per promuovere la diversità e combattere le “discriminazioni”, i liberal finiscono per sopprimere la prima e per “discriminare” tutti coloro che vogliono seguire la loro via e non quella ufficialmente imposta come l’unica e giusta.

La diversità dei liberal è la diversità di sedicenti minoranze, ovvero di gruppi organizzati, che in nome appunto di un’identità di gruppo, intendono sacrificare le identità individuali e l’ordine spontaneo con cui si sono istituzionalizzate nel corso delle esperienze di secoli e generazioni. Tutt’altra cosa è la diversità liberale a cui si è richiamato Fontana: essa prende sul serio l’idea della centralità dell’individuo nella sua specificità e particolarità, dell’individuo come centro morale, senza la pretesa di normarne le idee e i comportamenti secondo un canone di correttezza universale. Un canone che concepisce l’uguaglianza non formale dignità di ogni uomo, ma appunto come uguaglianza sostanziale e indifferenziati di tutti con tutti. Là dove vige questo tipo di uguaglianza, ove “uno vale uno”, e cioè ove “uno vale l’altro”, il potere di un tiranno, o semplicemente delle centrali del consumo standardizzato, anche delle idee, potranno avere mano libero.

La vittoria della destra potrebbe essere ora una buona scossa anche per i liberali, che si sono trovati spesso in questi anni in difficoltà per avere anteposto un concetto di liberalismo fondato sulla falsa e astratta alternativa stato-mercato a quello più propriamente basato sul pluralismo delle idee e delle opinioni e della loro libera competizione. Dispiace non poco che i vescovi italiani, dimentichi della grande tradizione cristiana e cattolica tendente a limitare il potere attraverso la promozione della persona e delle formazioni intermedie in un’ottica di sussidiarietà, abbiano manifestato, attraverso il loro quotidiano, “inquietudine” e rammarico per l’elezione di un presidente cattolico e liberale a tutto tondo. Questa defezione di una parte della Chiesa rispetto ai propri valori, e cioè rispetto a sé stessa, è forse causa ed effetto della sua sempre più marcata irrilevanza pubblica. Che le cose possano cambiare, e che nulla nella storia sia da considerarsi definitivo, è una consapevolezza che la vittoria del centrodestra e questi suoi primi passi istituzionali, aiutano non poco a disoccultare.

Corrado Ocone, 16 ottobre 2022