Le minacce rivolte a Tommaso Cerno sono un fatto gravissimo e inaccettabile, che merita una condanna senza riserve. A lui rivolgo la mia piena solidarietà per aver scelto di non sottrarsi al confronto pubblico su questioni delicate, come la diffusione del radicalismo islamista e il rapporto tra libertà individuali, pluralismo e rispetto dei principi e delle regole della nostra società.
Non siamo di fronte soltanto a un episodio di intimidazione nei confronti di un giornalista. Quando la minaccia diventa uno strumento per impedire a qualcuno di esprimere le proprie idee, viene colpita la natura stessa dello spazio democratico. E quando si pretende di stabilire quali opinioni possano essere espresse e quali debbano essere messe a tacere, non siamo più nel terreno del confronto, ma in quello della sopraffazione.
Il radicalismo islamista non cerca la coesistenza delle voci: pretende l’esclusività dello spazio pubblico. Non accetta il pluralismo come condizione della convivenza, ma lo considera un ostacolo alla propria pretesa di verità. È qui che si consuma lo scontro più profondo: tra una società nella quale idee, convinzioni e identità differenti possono confrontarsi liberamente e una visione dogmatica che vorrebbe subordinare ogni dissenso a un’unica interpretazione religiosa e ideologica.
Una democrazia non impone una verità ufficiale, non riconosce dogmi sottratti alla critica e non ammette che qualcuno possa arrogarsi il diritto di stabilire quali opinioni siano lecite e quali debbano essere represse. La libertà religiosa è un diritto fondamentale, ma non può diventare il paravento dietro il quale giustificare l’intolleranza, il fanatismo o la pretesa di imporre precetti religiosi alla collettività. Il rispetto delle fedi non comporta la rinuncia a criticare le ideologie, soprattutto quando negano la libertà altrui.
In questa direzione si collocano le dichiarazioni dell’onorevole Nicola Ottaviani, esponente della Lega, che ha espresso solidarietà a Cerno e ai giornalisti coinvolti, sottolineando la distinzione tra libertà di culto e militanza integralista: «Ognuno è libero di pregare il Dio che vuole, soprattutto in Occidente. Ma trasformare l’islamismo in una cifra di militanza politica, totalitaria ed integralista, soprattutto se improntata alla violenza e alla intolleranza, questo non è ammissibile in Italia e, speriamo, in nessun altro Paese dell’Occidente».
Una posizione che richiama un principio irrinunciabile: la tolleranza democratica non può tradursi nella tolleranza verso chi vuole cancellare la libertà degli altri. Il pluralismo non è debolezza, né disponibilità a cedere progressivamente spazio a chi rifiuta le regole della convivenza. È il fondamento della nostra società e, proprio per questo, va difeso da ogni tentativo di sopraffazione ideologica.
Per questa ragione, tutte le forze politiche dovrebbero reagire in modo compatto, senza distinguo e senza ambiguità, condannando le minacce rivolte a un giornalista per le sue posizioni e per aver esercitato il proprio diritto di parola. Non è il momento di misurare la solidarietà sulla base delle appartenenze politiche, delle simpatie personali o della condivisione delle opinioni espresse. È il momento di difendere un principio che riguarda tutti.
Il fanatismo religioso non fa distinzioni sulla base delle appartenenze politiche: individua nel dissenso un nemico da delegittimare, intimidire o reprimere. Oggi il bersaglio può essere un giornalista, domani un intellettuale, un amministratore pubblico o un cittadino qualunque. Nessuno può considerarsi al riparo quando si legittima l’idea che una convinzione dogmatica possa prevalere sulla libertà individuale attraverso la minaccia e la paura.
Ecco perché chi richiama frequentemente il pericolo di una compressione della libertà di espressione deve dimostrare coerenza proprio in circostanze come questa. La libertà non si difende soltanto quando si presume che a essere minacciate siano le voci più vicine alla propria sensibilità politica. Si difende sempre, soprattutto quando riguarda persone con cui non si condividono idee, linguaggi o posizioni e quando la minaccia non è presunta, ma esplicita.
Non esistono libertà di espressione di serie A e di serie B. Non esiste una solidarietà che possa essere selezionata in base alla convenienza politica. E non esiste alcuna giustificazione per chi pretende di sostituire al confronto la minaccia, alla discussione l’intimidazione, al dissenso il silenzio.
La democrazia non è un coro unanime. Non richiede che tutti pensino allo stesso modo, ma che tutti riconoscano agli altri il diritto di esprimere idee differenti. È uno spazio di voci plurali, nel quale nessuno può arrogarsi il diritto di parlare al posto di tutti e, soprattutto, di impedire agli altri di parlare.
È questo il confine da difendere senza esitazioni: perché quando il fanatismo pretende di imporre il silenzio, non è soltanto la libertà di un giornalista a essere in pericolo. È la libertà di ciascuno di noi.
Andrea Amata, 3 novembre 2026
Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).
