C’è un nuovo piccolo incendio nel governo. Non sul deficit, non sulla guerra, non sulle grandi riforme. No: stavolta la fiammata arriva dalla Biennale, da un padiglione russo, da qualche dichiarazione un po’ troppo pungente e — pare — dalla chat WhatsApp del Consiglio dei ministri. Il caso è quello dello scontro tra Alessandro Giuli e Matteo Salvini. Secondo Repubblica, Giorgia Meloni non sarebbe entrata direttamente nella rissa digitale, ma l’irritazione a Palazzo Chigi sarebbe forte. E ci mancherebbe: quando le polemiche tra ministri escono dal perimetro della maggioranza e finiscono sui giornali, il problema non è più solo politico. È di tenuta, di stile, di disciplina.
Il punto di partenza è noto. Salvini si è presentato alla Biennale di Venezia, visitando anche il padiglione russo. Giuli invece resta fermo sulla sua posizione: niente partecipazione. Il ministro della Cultura non ha nascosto la stima per Pietrangelo Buttafuoco, presidente della Fondazione, ma non ha digerito la scelta di ospitare la Russia nell’edizione in corso.
Fin qui, normale dialettica. Poi, però, è arrivata la miccia. Salvini ha commentato: “Chi è assente sbaglia sempre”. E Giuli, intervistato da Sky, ha scelto di rispondere non con una nota istituzionale, ma con una stilettata: “La verità è che quando ho visto il post di Salvini ho frainteso e ho pensato che Salvini facesse autocritica per scusarsi del fatto che frequenta poco il suo ministero. Poi ho capito che non era autocritica sull’assenteismo e rispetto la sua posizione che è condivisa da tante altre persone. Non mi pare un caso molto importante il fatto che Salvini prediliga la Biennale non del dissenso e non della ‘disiformatia’”.
Ora, capiamoci. La battuta può anche strappare un sorriso a chi ama il teatrino romano. Ma da un ministro della Cultura ci si aspetterebbe forse qualcosa di più sobrio. Soprattutto quando il bersaglio è il leader di un partito che sta dentro la maggioranza e che, piaccia o no, rappresenta milioni di elettori. E qui Giuli dovrebbe ricordarsi una cosa semplice: Salvini quei voti li ha presi presentandosi alle elezioni, mettendoci la faccia, facendo campagna, vincendo e perdendo nelle urne. Lui, invece, è arrivato al ministero perché Gennaro Sangiuliano si è dimesso. Non è una colpa, sia chiaro. Ma un minimo di rispetto politico — e magari anche un briciolo di riconoscenza verso l’equilibrio che lo tiene lì — non guasterebbe.
Leggi anche:
La vicenda, secondo il quotidiano, si sarebbe poi spostata nella chat dei ministri. Salvini avrebbe rilanciato l’agenzia con le parole di Giuli, aggiungendo una battuta polemica (un “mah” che non lascia grandi margini di interpretazione). Giuli non avrebbe replicato. Meloni nemmeno. Ma chi conosce il clima di governo racconta una premier tutt’altro che divertita. E il precedente non aiuta. Perché lo scontro arriva dopo le tensioni già emerse in Consiglio dei ministri sul piano casa, quando Giuli avrebbe chiesto correzioni a una norma che riduceva i controlli delle soprintendenze, arrivando persino a minacciare di non votare il provvedimento.
Insomma, non siamo davanti a una semplice schermaglia culturale. Qui c’è un ministro tecnico-politico che sembra voler marcare il territorio, un vicepremier che non intende farsi mettere all’angolo e un premier costretta a fare da pompiere mentre l’opposizione, naturalmente, soffia sul fuoco. Poi certo, si può discutere di Russia, Biennale, dissenso, disinformatia e massimi sistemi. Ma resta una domanda molto più terra terra: a che serve tutto questo? Perché se il governo vuole litigare, almeno scelga un tema serio. Altrimenti il rischio è che, tra una chat e una frecciata, a sbagliare non sia solo chi è assente. Ma anche chi parla troppo.
Franco Lodige, 9 maggio 2026
Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).
Da oggi puoi aggiungere Nicolaporro.it alle tue fonti preferite su Google visitando questa pagina e spuntando la checkbox a destra
Immagine generata da AI tramite GPT Image 1.5 di OpenAI


