Mettiamo subito le cose in chiaro: Beppe Sala non va processato sui giornali. Non sappiamo se abbia commesso alcunché di illecito, anzi siamo certi che non sia così. Non sappiamo neppure se le persone iscritte nel fascicolo aperto dalla Procura di Milano comprendano il sindaco. La ricostruzione pubblicata dal Corriere della Sera parla infatti di un procedimento a modello 21, dunque con persone già iscritte nel registro degli indagati, ma non ne indica i nomi. E un’indagine, anche quando esiste, non è una sentenza. Non è nemmeno una mezza condanna. Questa dovrebbe essere la regola per tutti. Il problema è che in Italia il garantismo rischia spesso di trasformarsi in un servizio personalizzato: premuroso con alcuni, feroce con altri.
La vicenda in questione merita attenzione non perché autorizzi a emettere verdetti contro Sala, ma perché contiene una serie di circostanze politicamente rilevanti. E soprattutto perché permette di porre una domanda molto semplice: se al posto del sindaco di Milano ci fossero stati Giorgia Meloni, Guido Crosetto o Luca Zaia, la notizia sarebbe stata trattata con la stessa compostezza? Oppure ci avrebbero aperto il giornale?
La partecipazione nel trust
Secondo la ricostruzione, Sala sottoscrisse nel dicembre 2015, per 10 mila euro, il 20 per cento della società Finalter spa. Il restante 80 per cento fa capo alla Cinque G, società riconducibile alla moglie e alla figlia di Pietro Galli, già stretto collaboratore di Sala durante Expo 2015 e successivamente componente dei consigli di amministrazione di Atm e di Engineering Ingegneria Informatica. La quota di Sala è stata poi conferita in un trust chiamato “Inter”, costituito in Italia sotto la legislazione dell’isola di Jersey. Sala ne è il disponente e il beneficiario finale, mentre la gestione è affidata a un trustee.
Il meccanismo, secondo le spiegazioni fornite dagli interessati, avrebbe avuto precisamente lo scopo di separare il sindaco dal proprio investimento. Una specie di barriera tra l’amministratore pubblico e il patrimonio privato, affinché Sala non conoscesse le decisioni imprenditoriali adottate durante il mandato. È una spiegazione giuridicamente plausibile e va presa sul serio. Il trustee Filippo Zabban sostiene che Sala non lo abbia mai contattato in dieci anni e rivendica di avere agito con assoluta autonomia. Lo stesso Sala dichiara di non essere stato informato delle operazioni di Finalter. Fino a prova contraria, non esistono ragioni per sostenere il contrario.
Engineering, le consulenze e il Comune
Finalter, riferisce ancora il Corriere, avrebbe ricevuto da Engineering quasi due milioni di euro per attività di consulenza. Engineering, a sua volta, ha avuto rapporti di fornitura per oltre 15 milioni di euro con il Comune di Milano e con società partecipate come Metropolitana Milanese e A2A. Finalter avrebbe inoltre investito in un veicolo lussemburghese che detiene indirettamente una partecipazione in Engineering. In conseguenza di questa operazione, anche la quota di Finalter segregata nel trust di Sala sarebbe diventata indirettamente titolare, in proporzione, di una piccolissima partecipazione nella multinazionale. Il finanziamento necessario all’investimento, sempre secondo la ricostruzione giornalistica, sarebbe stato però versato soltanto dalla società della famiglia Galli.
Galli afferma che gli eventuali benefici dell’operazione resteranno esclusivamente suoi, sulla base di un accordo verbale con Sala. Il sindaco conferma l’esistenza di questa intesa: ciò che appartiene a Galli resterà a totale beneficio di Galli. Benissimo. Resta però singolare che una materia riguardante quote societarie, investimenti e possibili utili futuri sia regolata, almeno per quanto riferito, da un accordo tra amici non formalizzato per iscritto. Non è la prova di un reato e non è nemmeno necessariamente un’irregolarità.
Il trust non dichiarato
C’è poi la questione della dichiarazione patrimoniale. Sala non avrebbe indicato il trust nella situazione patrimoniale richiesta annualmente ai sindaci. Ha spiegato al Corriere di essersi attenuto alle indicazioni del segretario generale del Comune, fondate su un’interpretazione dell’articolo 14 del decreto legislativo 33 del 2013 e su una risposta dell’Autorità nazionale anticorruzione relativa alle intestazioni fiduciarie. Anche qui, nessuna ghigliottina. Se Sala ha seguito l’interpretazione fornita dagli uffici competenti, questo elemento deve essere considerato. Non si può pretendere che un amministratore venga crocifisso per essersi conformato a un’indicazione tecnica ricevuta dall’istituzione che dirige.
L’indagine sulle consulenze
La Procura e la Guardia di Finanza starebbero svolgendo, secondo il Corriere, accertamenti sull’operatività finanziaria di Finalter. Gli inquirenti avrebbero chiesto fatture, contratti ed e-mail relativi ai rapporti con Engineering e Uteco, nell’ambito di un fascicolo nel quale sarebbero ipotizzate fatture false. Non conosciamo gli esiti degli accertamenti. Non sappiamo chi sia indagato. Non sappiamo se le consulenze siano state effettivamente svolte, con quali modalità e con quali risultati. Sarebbe irresponsabile colmare questi vuoti con insinuazioni. Sala afferma di non sapere nulla delle attività della società proprio a causa della segregazione operata attraverso il trust. È possibile che sia così. Anzi, in mancanza di elementi contrari, questa versione non può essere liquidata con una scrollata di spalle. Il punto politico e mediatico, tuttavia, rimane.
Provate a cambiare i nomi
Facciamo un esperimento. Immaginiamo un trust chiamato con un riferimento alla squadra del cuore di Giorgia Meloni. Immaginiamo una sua partecipazione indiretta in una società che riceve consulenze da una grande azienda fornitrice di Palazzo Chigi o di società pubbliche. Immaginiamo un investimento realizzato dal socio di maggioranza e regolato da un accordo verbale tra amici. Immaginiamo infine un fascicolo per ipotesi di fatture false, pur senza alcuna prova del coinvolgimento diretto della presidente del Consiglio. O avremmo letto titoli sul “trust segreto della premier”, sulle “ombre degli amici” e sull’“intreccio tra affari e governo”?
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Sostituite Meloni con Crosetto. Oppure con Zaia. Il risultato probabilmente non cambierebbe. Talk show convocati, opposizioni in trincea, richieste di dimissioni entro l’ora di cena e fotografie scelte con l’espressione più colpevole possibile. La domanda non è se questo trattamento debba essere riservato anche a Sala. La risposta è no. La soluzione non consiste nell’applicare a tutti il giustizialismo normalmente usato contro il nemico politico. Consiste nell’estendere a tutti il garantismo che oggi viene riconosciuto soltanto a chi frequenta il lato ritenuto rispettabile del potere.
Sala ha diritto alla presunzione d’innocenza. Ha diritto a spiegare. Ha diritto a non essere confuso con le società delle quali possiede indirettamente una quota segregata. Ha diritto a non rispondere di operazioni che sostiene di non conoscere. Ma il pubblico ha diritto a conoscere la vicenda. I giornali hanno il dovere di raccontarla. E qualcuno dovrà pur spiegare perché certe storie, quando riguardano la parte politica giusta, diventano complesse questioni tecniche da maneggiare con le pinzette, mentre con i nomi sbagliati si trasformano immediatamente in scandali nazionali. Il vero caso, almeno per ora, non è giudiziario. È il doppio standard.
Massimo Balsamo, 11 luglio 2026
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