Politico Quotidiano

Che bello il premierato, se lo fa Sanchez

Il premier socialista scioglie le Camere e torna alle urne. Ma la sinistra italiana non aveva lanciato l'allarme proprio sui poteri del capo del governo?

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C’è un esperimento molto semplice per misurare la coerenza di una certa sinistra: rispetto ad una proposta o ad una data vicenda, basta sostituire il nome del protagonista e osservare come cambia il giudizio. Se il nome è quello giusto, quello buono per definizione, le idee che fino al giorno prima avrebbero dovuto mettere a rischio la democrazia e venivano descritte come pericolose diventano improvvisamente ragionevoli scelte istituzionali celebrate come manifestazioni di responsabilità. Il riferimento è sempre lo stesso: Pedro Sánchez, il premier socialista spagnolo che i “progressisti” europei continuano a considerare come un modello.

In piena estate l’hombre vertical dell’internazionale socialista, nel caos di Ceuta dovuto all’orda di 50.000 immigrati entrati clandestinamente nell’enclave spagnola in Nord Africa, aveva offerto un primo utile test per affrontare questa contraddizione. Nel marasma generale, nella situazione di crisi estrema (in un primo momento aveva rifiutato di dichiarare l’emergenza nazionale referenziando una competenza della Protezione Civile) e metabolizzata l’ondata d’odio che la cittadinanza gli stava riservando, Sanchez aveva impacchettato 2/3 degli invasori rispedendoli indietro al mittente. 40.000 clandestini rimpatriati in Marocco per direttissima. Pugno duro degno del miglior sovranista: il guru della sinistra immigrazionista si era riscoperto patriota e aveva iniziato persino a parlare di attacco all’integrità territoriale. E in quell’occasione erano arrivati, ilarità nostra, i rossi incensi italiani che lodavano il pragmatismo di chi aveva riportato nel loro Paese, con la forza, 50mila disperati.

Il punto politico è evidente: quando il centrodestra italiano invoca il controllo delle frontiere, i rimpatri e una gestione più rigorosa dei flussi, la sinistra tende a descrivere queste politiche come manifestazioni di disumanità e ostilità verso gli stranieri. Quando, invece, misure analoghe vengono adottate da un governo socialista, il linguaggio cambia: la necessità amministrativa prende il posto della condanna morale e il pragmatismo sostituisce l’indignazione. Fu quella l’occasione in cui ci rendemmo conto che il fascistissimo allontanamento coatto e sistemico di clandestini dal territorio nazionale, se eseguito da un governo di sinistra è considerato una virtù istituzionale, legittima difesa della sacralità territoriale; ne scrivemmo su questo giornale sottolineando il cortocircuito «Sinistra impazzita: che bella la remigrazione, se la fa Sanchez».

Prima la remigrazione, adesso il premierato: lo stesso meccanismo, oggi, si ripresenta anche sul terreno della forma di governo. Le ricordate le espressioni sui volti dei soloni della democrazia italiana che a sinistra si son strappati i capelli e hanno urlato all’autocrazia, esprimendo con veemenza l’intenzione di far barricate contro il legittimo tentativo di Giorgia Meloni di realizzare la riforma del Premierato? L’obiezione più ricorrente che ha animato quel dibattito ruotava attorno allo spettro di un presidente del Consiglio capace di intimidire il Parlamento, di utilizzare l’istituto delle dimissioni come leva per ottenere dal Capo di Stato lo scioglimento anticipato delle Camere e indire nuove elezioni a suo piacimento, lo spauracchio assolutista dei pieni poteri e di un premier in grado di mettere a rischio la democrazia. Fu puro teatro assistere a quelle prese di posizione allarmiste su un costrutto istituzionale teso a favorire la stabilità dell’esecutivo e funzionale a proteggere il capo dell’esecutivo e la maggioranza di governo dai ricatti del palazzo: la pioggia di bocciature, infatti, proveniva proprio dai professionisti dell’instabilità governativa che per anni ci hanno abituato al concetto di “compromesso” elevato a rango costituzionale per la formazione di esecutivi deboli e figli delle alleanze di comodo più assurde.

Poi, il miracolo sulla via di Madrid. Arriva Sánchez. E’ un attimo e, dai campioni del relativismo che cambiano parere non in funzione del contenuto ma in base all’appartenenza dell’attore, arrivano copiosi gli elogi per l’annuncio dell’idolo socialista che in Spagna – nonostante i diversi mesi di legislatura mancanti prima della scadenza naturale del mandato – si dimette e convoca elezioni anticipate per il 29 novembre con l’unica finalità di sfruttare politicamente l’onda di proteste dilaganti a causa della crisi abitativa.

La dinamica che ricalca specularmente quelle paure infondate da deriva autoritaria da premierato meloniano: sciogliere le camere a proprio piacimento convocando le elezioni in un momento propizio per ottenere una maggioranza più ampia (i partiti di destra, in Spagna, sono considerati i responsabili della bocciatura dei decreti affitto varati dal governo Sanchez sui quali il premier è andato sotto in Parlamento).

Come ha già ben osservato Giuseppe De Lorenzo su Xcalibur Italia, rimane la domanda politica: se il ricorso alle urne può essere uno strumento legittimo (e da sinistra considerato addirittura nobile) per superare una situazione di difficoltà parlamentare, perché la prospettiva di disciplinare diversamente il rapporto tra il presidente del Consiglio e lo scioglimento delle Camere in Italia dovrebbe essere trattata, di per sé, come una minaccia autoritaria? E il premierato all’italiana, ad essere precisi, non dovrebbe neanche recare così tanto clamore: Sánchez opera nell’ambito di un ordinamento parlamentare che già riconosce al capo del Governo una facoltà di proposta dello scioglimento (art.115 della Costituzione); la riforma italiana mira invece ad introdurre un principio di stabilità governativa che garantisca la continuità della legislatura.

Il cortocircuito è evidente: il principio non viene valutato in sé, ma in relazione alla convenienza di chi lo invoca. Siamo nel campo della fede (o del tifo), Sánchez è Sánchez e Meloni è Meloni. Il primo è buono e ha nobili intenzioni, la seconda è cattiva e chissà che ha in mente. Questo è il copione. Se la riforma è proposta dalla destra, rilevano i rischi potenziali e si mette in guardia l’opinione pubblica dalle conseguenze che potrebbero derivarne; se è un esponente della sinistra europea a compiere una scelta che solleva interrogativi analoghi (direi, speculari) sul rapporto tra esecutivo e Parlamento, la narrazione di sinistra enfatizza la “responsabilità istituzionale”.

Ma che roba è? Non si può invocare la centralità del Parlamento soltanto quando serve a contrastare una riforma della destra, per poi celebrare la decisione di scioglierlo quando a prenderla è un socialista. È il meccanismo tipico della dissonanza cognitiva di una democrazia a intermittenza: le convinzioni di appartenenza condizionano l’interpretazione dei fatti e producono giudizi diversi – per meglio dire, opposti – su comportamenti comparabili; è la sinistra a due velocità con il vizio di giudicare le idee in base a chi le realizza. Il mantra della perdita di credibilità in politica: il voltagabbanismo ideologico a convenienza, il relativismo opportunista per cui – in automatico – la misura è bollata come sbagliata a priori se la propone la destra e diventa giustificabile se la adotta la sinistra. Che bello il premierato, se lo fa Sánchez!

Francesco Catera, 15 ottobre 2026

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