Il digitale non è il male, neanche in politica, allora perché vietarlo? A chi pensa che la politica debba occuparsi anche di intelligenza artificiale, digitale, online e social, questioni sempre presentate più come rischi che opportunità, va sempre ricordato che in Italia, da 5 anni – unico caso al mondo! – è possibile utilizzare la “firma digitale” per sottoscrivere referendum e proposte di legge d’iniziativa popolare.
Un adeguamento normativo che non è merito del potere legislativo, ma di un ricorso all’Onu di Mario Staderini curato dal Professor Cesare Romano (già proprio quell’Onu che ormai non funzione ed è in mano alle dittature eccetera eccetera), un adeguamento per il godimento dei diritti civili e politici in Italia successivamente esteso alla presentazione di candidature e sottoscrizione delle liste elettorali per le persone gravemente disabili grazie a un altro ricorso, questa volta nazionale, di Carlo Gentili. Un adeguamento che però non è stato esteso a tutta la cittadinanza malgrado decine di ricorsi, appelli e insistenze sempre del gruppo che ha conquistato tutto ciò.
Oggi, come 5 anni fa, solo Riccardo Magi chiede che questa possibilità tecnologica venga ampliata a tutta la popolazione, chi dice che lo fa pro domo sua non ha alcun argomento per opporsi alla proposta. La presentazione di liste con sottoscrizioni digitali sarebbe un provvedimento erga omnes e non ad listam! Non solo non ha senso limitarla a chi non può fisicamente sottoscrivere le liste ma, visto che già esiste una piattaforma pubblica che funziona nel migliore dei modi, sarebbe un ulteriore ampliamento del godimento dei diritti politici a costo pressoché zero, quindi cosa osta renderla utilizzabile anche per quello? Lo scopriremo al prossimo ricorso.
Marco Perduca, 5 ottobre 2026
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