Se questo è il risultato di quattro anni di cultura di destra, chiudiamo il Ministero della Cultura. Per fare “la cultura di destra” e abbattere davvero “l’egemonia culturale della sinistra” non basta indossare una giacca di pelle fino al ginocchio e volare negli Stati Uniti in stile Italo Balbo.
Serve una visione. E soprattutto il coraggio di difenderla fregandosene di cosa dirà chi è pagato per odiarti. Qualche mese fa il ministro Alessandro Giuli ha detto che la cultura di destra è “libertà, sovranità e responsabilità”. Una definizione impeccabile, se fosse un ministro in quota Democrazia Cristiana.
La destra è sempre stata altro: conflitto, identità, immaginazione, rottura. La cultura di destra è rifiuto dei dogmi dominanti, arrembaggio nei territori inesplorati, libertà di creare qualcosa che prima non esisteva. È difesa del dissenso anche quando il dissenso non coincide con ciò che pensiamo.
Vedere il Ministero della Cultura mandare gli ispettori alla Biennale guidata da Pietrangelo Buttafuoco e minacciarne il commissariamento è desolante. Si dovevano rompere gli automatismi culturali e l’amichettismo. Si è finiti burocrati, in cerca del cavillo per epurare chi è davvero libero. Ciò che per anni è stata la sinistra: woke, moralista e censoriale. Ora anche basta.
Alessandro Imperiali, 30 aprile 2026
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Immagine generata da AI tramite GPT Image 1.5 di OpenAI


