Politico Quotidiano

“Come ci vogliamo chiamare?”. Psicodramma a sinistra: non s’accordano manco sul nome

La sinistra litiga sul marchio mentre il progetto continua a non pervenire

Boneli, Fratoianni, Schlein, Conte selfie campo largo
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C’è una notizia buona per la sinistra: finalmente ha trovato qualcosa su cui discutere. Non il lavoro, non le tasse, non la sicurezza, non l’immigrazione, non l’energia e neppure la collocazione internazionale dell’Italia. Il nome. La grande coalizione progressista non esiste ancora, non si sa bene che cosa voglia fare e soprattutto non è chiaro su quali questioni i suoi aspiranti componenti siano davvero d’accordo. Ma in compenso è già partita la gara per battezzarla.

“Alleanza per la Costituzione”, propone Giuseppe Conte. “Alleanza per l’Italia”, suggerisce Angelo Bonelli. “Alleanza per i progressisti”, rilancia Elly Schlein. Poi Conte corregge, precisa, allunga: “Alleanza per i progressisti indipendenti”. Manca soltanto “Alleanza di quelli che non vogliono far vincere Giorgia Meloni”. Sarebbe meno elegante, forse, ma almeno avrebbe il pregio della sincerità. Perché il problema del cosiddetto campo largo non è soltanto trovare un nome capace di mettere tutti d’accordo. Il problema è che, dietro il nome, non c’è una vera alleanza politica. C’è una somma di partiti, leader, correnti e interessi elettorali tenuti insieme da un’unica certezza: il centrodestra deve perdere. Su tutto il resto si può discutere. Anzi, si può litigare.

Sul sostegno all’Ucraina, per esempio, le distanze tra Partito democratico e Movimento 5 Stelle sono tutt’altro che marginali. Sulla politica estera, sull’Europa, sulla Nato e sulle spese militari, il presunto fronte comune assomiglia più a un’assemblea di condominio che a una coalizione di governo. Sulla giustizia, Conte rivendica la propria stagione populista e giustizialista, mentre nel Pd convivono garantisti intermittenti e sostenitori permanenti delle procure. Figurarsi se prendiamo in considerazione anche Italia Viva. Perchè la presenza di Renzi è ancora da discutere. E ne vedremo delle belle. Sull’economia, c’è chi promette sussidi, chi patrimoniali, chi nuove tasse presentate come atti di equità sociale e chi cerca disperatamente di tranquillizzare quel poco di ceto produttivo che ancora guarda a sinistra. Sull’ambientalismo, poi, il menù è sterminato: no alle trivelle, no al nucleare, no ai rigassificatori, no alle infrastrutture, no alle automobili tradizionali. Resta da capire a che cosa siano favorevoli, oltre naturalmente alla decrescita degli altri.

Eppure, davanti alle elezioni, tutte queste differenze dovrebbero miracolosamente scomparire. Il trucco è vecchio: non serve costruire una visione condivisa del Paese, basta evocare il pericolo della destra. È qui che entra in scena la Costituzione, la reliquia laica che il progressismo italiano utilizza come un estintore politico. Quando mancano gli argomenti, si grida all’emergenza democratica. Quando manca un programma, si convoca la difesa della Carta. Quando manca un’identità comune, ci si proclama “costituzionali”, lasciando intendere che gli avversari, invece, siano una specie di corpo estraneo alla Repubblica. “Alleanza per la Costituzione” è dunque un nome perfetto. Non perché descriva un progetto, ma perché nasconde la sua assenza. Trasforma una coalizione elettorale in un comitato di liberazione nazionale e un normale confronto democratico in una battaglia tra i custodi del bene e i presunti nemici delle istituzioni.

È una tecnica collaudata. Il centrodestra non deve essere sconfitto perché governa male, perché aumenta le tasse o perché prende decisioni sbagliate. Deve essere fermato perché sarebbe, per definizione, pericoloso. Meloni non è semplicemente un’avversaria: è l’emergenza che consente a tutti gli altri di stare insieme. D’altra parte, la sinistra italiana ha sempre avuto un rapporto complicato con i nomi, come evidenziato dal Corriere. Dalla “Cosa” di occhettiana memoria all’Ulivo, dalla Margherita alla Rosa nel pugno, dalla Grande alleanza democratica all’Unione, fino al campo largo, progressista, giusto, alternativo, costituzionale e magari anche sostenibile. Cambiano le insegne, ma il negozio resta spesso vuoto. La botanica della Seconda Repubblica almeno aveva una sua grazia: l’Ulivo, la Margherita, la Rosa. Oggi siamo passati al linguaggio dei notai e dei comitati elettorali. “Alleanza per” qualcosa. Una formula abbastanza generica da contenere tutto e il contrario di tutto.

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Il paradosso è che più i partiti del centrosinistra cercano una definizione comune, più mettono in evidenza le proprie differenze. Se esistesse davvero una visione condivisa, il nome arriverebbe dopo. Qui, invece, si comincia dal marchio nella speranza che, prima o poi, compaia anche il prodotto. Non sono d’accordo sulla guerra, sulle tasse, sull’energia, sulla giustizia, sulle infrastrutture e sul rapporto con le imprese. Non sono d’accordo neppure su come chiamarsi. Ma sono tutti d’accordo sul fatto che Meloni non debba vincere. È poco per governare una nazione. Potrebbe però bastare per stampare un simbolo elettorale.

Dopo “Italia. Bene comune”, “La Sinistra l’Arcobaleno” e il “campo largo”, la nuova creatura è pronta a entrare nella gloriosa storia dei nomi progressisti. Resta soltanto da decidere come chiamarla. Sul programma, invece, nessuna fretta.

Massimo Balsamo, 2 luglio 2026t

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