Le emergenze hanno una memoria corta e una contabilità lunghissima. Nella primavera del 2020 lo Stato doveva acquistare in pochi giorni mascherine che l’intero pianeta cercava contemporaneamente. Sei anni dopo, però, resta ancora da comprendere se quella inevitabile velocità sia diventata, in alcuni passaggi, una rinuncia ai normali controlli. L’affare delle mascherine cinesi non può essere raccontato come una storia semplice. La vicenda giudiziaria si è conclusa favorevolmente per Domenico Arcuri e per quasi tutti gli intermediari italiani, mentre Giuseppe Conte non è mai stato imputato nel procedimento. Eppure, tra le carte della Guardia di Finanza, le ricostruzioni pubblicate dai quotidiani e le testimonianze raccolte dalla Commissione parlamentare sul Covid, continuano a emergere incongruenze che reclamano una spiegazione. Non necessariamente una condanna, ma almeno una risposta: chi controllò i fornitori, chi confrontò le offerte e chi verificò che i dispositivi pagati con oltre un miliardo di euro fossero davvero quelli promessi?
La storia comincia nel marzo 2020, quando Arcuri viene nominato commissario straordinario e si trova davanti un Paese praticamente privo di una filiera nazionale per la produzione di mascherine e altri dispositivi. L’ex commissario ha ricordato in audizione che, al suo insediamento, l’Italia non aveva quasi nulla e doveva rifornirsi all’estero in un mercato impazzito. In quella fase la struttura commissariale affidò a tre operatori cinesi — Luokai Trade, Wenzhou Light Industrial Arts & Crafts e Wenzhou Moon-Ray — commesse per oltre 800 milioni di dispositivi, con un valore complessivo di circa 1,25 miliardi di euro. Le operazioni furono favorite dalla mediazione di una rete di imprenditori e consulenti italiani. Nel febbraio 2021 la Procura di Roma sequestrò quasi 70 milioni di euro, ipotizzando che alcuni intermediari avessero ottenuto compensi enormi grazie ai propri rapporti con l’amministrazione. In quel momento la struttura commissariale si dichiarò estranea e parte offesa, sostenendo di essere stata strumentalizzata. È importante ricordarlo perché fotografa l’inizio dell’indagine: Arcuri non veniva indicato come il capo del presunto sistema, ma come il responsabile di una struttura che, secondo la propria versione, era stata ingannata.
Il primo dubbio riguarda il prezzo e la scelta dei fornitori. Il Giornale riporta oggi una lettera che il senatore Stefano Mallegni inviò il 24 marzo 2020 a Conte, Arcuri e al capo della Protezione civile Angelo Borrelli. Mallegni segnalava la disponibilità di un’impresa coreana a offrire mascherine Ffp2 a 70 centesimi l’una, dopo che un’altra proposta proveniente da un’azienda italiana era stata respinta perché considerata poco competitiva. Il giorno successivo, secondo la cronologia ricostruita dal quotidiano, la struttura commissariale formalizzò invece una fornitura cinese nella quale alcune Ffp2 venivano pagate circa 2,20 euro. Non basta naturalmente confrontare due numeri: andrebbero considerati quantità, tempi di consegna, trasporto, certificazioni e concreta capacità produttiva. Ma proprio questa è la domanda rimasta sospesa. Perché le offerte meno costose non furono considerate praticabili? Il quotidiano cita inoltre un messaggio WeChat nel quale Andrea Tommasi della Sunsky avrebbe avvertito Daniele Guidi che il prezzo era doppio rispetto a quello comunicato da Stefano Beghi a Invitalia. È un messaggio che non dimostra da solo un illecito, ma rende ancora più necessario ricostruire come si formassero i prezzi e quale valore aggiunto giustificasse compensi tanto elevati per gli intermediari.
Un secondo gruppo di interrogativi nasce dalla documentazione commerciale. Sempre secondo quanto evidenziato dal Giornale, almeno tre fatture presenterebbero anomalie tali da renderle false o comunque inidonee a identificare correttamente il venditore. In una “Commercial Invoice” da 660mila euro, relativa a 300mila mascherine, mancherebbero il sigillo societario cinese e il codice unificato di credito sociale, equivalente all’identificativo fiscale dell’impresa. Anche la denominazione della Wenzhou Moon-Ray non coinciderebbe con quella della società reperibile nei registri e sul web, attiva peraltro nel settore delle calzature e della pelletteria. Il giornale arriva perciò a parlare di una società “fantasma”. Questa resta una conclusione dell’inchiesta giornalistica e non una qualificazione stabilita da una sentenza: tuttavia l’identità esatta del soggetto che ha emesso la fattura e ricevuto il denaro non è un particolare burocratico. Serve a sapere chi fosse obbligato a fornire la merce, chi rispondesse della sua conformità e contro chi lo Stato avrebbe potuto rivalersi. La stessa fattura avrebbe inoltre previsto il pagamento integrale contro la polizza di carico, quando la merce si trovava ancora in Cina. Non si tratta necessariamente di un anticipo in senso tecnico, ma lo Stato avrebbe comunque pagato prima di poter controllare fisicamente i prodotti arrivati in Italia.
Non mancano dubbi anche sulle certificazioni. Su una spedizione sarebbe comparsa la dicitura “for civil use only”, senza una completa indicazione degli standard europei, della dichiarazione di conformità, del produttore e della filiera. Sempre Il Giornale ha ricostruito le deroghe introdotte nell’aprile 2020 per consentire l’utilizzo di dispositivi privi del marchio CE, purché sottoposti alla valutazione degli organismi competenti. Il problema, secondo il quotidiano, è che una parte delle validazioni sarebbe stata effettuata sulla base di documenti incompleti, inidonei o non autentici. Le verifiche fisiche svolte successivamente nell’ambito di altre indagini avrebbero poi riscontrato che alcune partite non raggiungevano i livelli di protezione dichiarati. Anche in questo caso è indispensabile evitare scorciatoie: non è stato giudiziariamente stabilito che tutte le centinaia di milioni di mascherine acquistate fossero inutilizzabili, né che Arcuri conoscesse in anticipo eventuali difetti. Davanti alla Commissione Covid, l’ex commissario ha respinto proprio questa ricostruzione, osservando che non poteva conoscere nel marzo 2020 i risultati di sequestri e analisi effettuati molti mesi più tardi. Ha anche affermato di non essersi occupato personalmente dei singoli acquisti, pur assumendosi la responsabilità complessiva dell’operato della struttura.
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Il percorso giudiziario impone infatti molta cautela. Le originarie ipotesi di corruzione e peculato nei confronti di Arcuri furono archiviate. Nel gennaio 2025 l’ex commissario è stato assolto dall’accusa residua di abuso d’ufficio perché, dopo l’abrogazione della fattispecie, il fatto non era più previsto dalla legge come reato. Non si è trattato dunque di una condanna, ma neppure di una sentenza che abbia esaminato fino in fondo il merito amministrativo di ogni scelta. A marzo il giudice dell’udienza preliminare ha prosciolto anche Antonio Fabbrocini, responsabile del procedimento per la struttura commissariale, e tutti i principali mediatori italiani; soltanto due posizioni minori sono state rinviate a giudizio per riciclaggio. Il Giornale riferisce inoltre che Cai Zhongkai, indicato dagli investigatori come il dominus delle imprese cinesi, ha patteggiato un anno e otto mesi per frode nelle pubbliche forniture e falso per induzione.
È a questo punto che entra in scena la Commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid, istituita nel 2024. Tra gennaio e febbraio 2025 Arcuri è stato ascoltato per molte ore. Ha rivendicato la necessità di acquistare all’estero nei primi mesi, ha ricordato che dal luglio 2020 la struttura smise di comprare mascherine straniere grazie alla nascita della produzione nazionale e ha dichiarato di assumersi la responsabilità complessiva della gestione. I parlamentari di Fratelli d’Italia hanno invece parlato pubblicamente di 880 milioni di mascherine contraffatte, acquistate a prezzi tre o quattro volte superiori a quelli di mercato. Ma persino all’interno della maggioranza è arrivato un richiamo alla prudenza: i membri di Forza Italia hanno contestato la scelta di presentare come conclusivi elementi ancora oggetto dell’istruttoria, ricordando che una Commissione d’inchiesta dovrebbe approvare una relazione soltanto al termine dell’esame delle carte e delle testimonianze. È una precisazione fondamentale. Le dichiarazioni dei singoli commissari non rappresentano automaticamente le conclusioni della Commissione, così come un’audizione non equivale a una sentenza.
Nel 2026 l’indagine parlamentare ha aperto un secondo filone, quello delle consulenze legate alle forniture dell’emergenza. L’8 giugno Marco Spadaccioli, dipendente della Adaltis, ha riferito in Commissione di un compenso di circa 454mila euro collegato all’attività dello studio dell’avvocato Luca Di Donna, che in passato aveva lavorato nello stesso ambiente professionale di Giuseppe Conte. Secondo Spadaccioli, le attività da lui concretamente conosciute sarebbero consistite soprattutto nel controllo di documenti e nella preparazione di una lettera per sollecitare un pagamento. Non ha sostenuto che Conte fosse intervenuto, né che avesse favorito la società. L’ex presidente del Consiglio ha reagito accusando Fratelli d’Italia di costruire un processo politico, ricordando che la sua posizione nelle precedenti indagini era stata archiviata e affermando di non aver mantenuto rapporti professionali con lo studio dopo il suo ingresso a Palazzo Chigi. Il nodo politico, tuttavia, resta: la Commissione vuole comprendere se le consulenze, calcolate anche in percentuale sul valore delle commesse, remunerassero normali prestazioni professionali oppure la capacità di facilitare i rapporti con la struttura commissariale. È una domanda legittima, a condizione che non venga trasformata preventivamente in un’accusa di corruzione.
Emblematico il caso della consulenza affidata dalla Adaltis agli avvocati Valerio De Luca e Luca Di Donna, quest’ultimo già collega di studio di Giuseppe Conte. La società aveva ottenuto nel 2020 due forniture dalla struttura commissariale guidata da Arcuri, rispettivamente da circa 800mila e 2,45 milioni di euro, mentre i compensi riconducibili all’assistenza legale avrebbero raggiunto complessivamente circa 454mila euro. Davanti alla Commissione, il dipendente di Adaltis Marco Spadaccioli ha riferito che la predisposizione e il caricamento della documentazione erano stati svolti internamente e che, per quanto a sua conoscenza, l’attività degli avvocati sarebbe consistita soprattutto nel controllo degli atti e nella redazione di una lettera per sollecitare un pagamento. La testimonianza non prova che il compenso fosse illecito né coinvolge direttamente Conte, che ha sempre negato di avere avuto rapporti professionali con Di Donna durante la sua permanenza a Palazzo Chigi. Ha però spinto i commissari a chiedere quale fosse l’effettiva consistenza della consulenza e come fosse stato determinato un corrispettivo così elevato rispetto alle attività descritte dal testimone.
Anche il modo in cui la Commissione sta lavorando è diventato parte del caso. Le opposizioni hanno abbandonato alcune sedute, accusando il presidente Marco Lisei di avere delegato a consulenti esterni attività testimoniali che, a loro giudizio, spettavano esclusivamente ai parlamentari. Lisei ha respinto l’accusa, sostenendo che procedure analoghe fossero già state utilizzate da altre commissioni d’inchiesta. Il rischio è evidente: più l’istruttoria appare orientata a colpire Conte, più diventa semplice per l’ex premier presentarsi come vittima di una vendetta politica, più le opposizioni rifiutano di partecipare più alimentano il sospetto di voler evitare le domande. Conte si è comunque dichiarato disponibile a essere ascoltato, anche se la sua presenza tra i componenti della stessa Commissione crea un problema di opportunità e di prassi parlamentare. Arcuri, nel frattempo, ha fatto sapere di essere pronto a tornare in audizione e a portare la documentazione in suo possesso.
A sei anni dai primi affidamenti, il quadro resta quindi articolato. Alcune anomalie documentali e contrattuali continuano a essere oggetto di ricostruzioni giornalistiche e approfondimenti parlamentari. La Commissione Covid dovrà ora verificare la selezione dei fornitori, la congruità dei prezzi, le procedure di controllo e il ruolo svolto dagli intermediari e dai consulenti. Attesi aggiornamenti.
Massimo Balsamo, 29 giugno 2026
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