Politico Quotidiano

Conte, cosa ha detto e cosa no. E l’azienda lo sbugiarda sul “trucchetto da mascherina”

In Commissione Covid l'autoproclamato avvocato del popolo trasforma l’audizione in un comizio. Ma su forniture, controlli e struttura Arcuri restano troppi silenzi

Giuseppe Conte Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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Giuseppe Conte si presenta davanti alla Commissione Covid per spiegare come venne gestita la pandemia e decide di cominciare dalle mascherine acquistate da un altro governo. Alta scuola forense: quando l’interrogatorio si annuncia scomodo, si prova a cambiare imputato. E possibilmente anche processo.

L’ex presidente del Consiglio ha depositato un documento di dieci pagine, datato aprile 2022, che ha raccontato di aver ricevuto in forma anonima e di aver trasmesso alla Procura di Roma. Secondo Conte, da quel verbale emergerebbero dubbi sulle mascherine fornite dalla Jc Electronics: alcuni colli conservati in un deposito di Pomezia conterrebbero dispositivi privi dell’efficacia filtrante dichiarata e riporterebbero indicazioni contraffatte. La società è la stessa con cui, nell’ottobre scorso, la presidenza del Consiglio e il ministero della Salute hanno chiuso un lungo contenzioso attraverso una transazione da circa cento milioni di euro (e no: non gli sono stati regalati soldi come abbiamo spiegato qui).

Il colpo di scena, però, è durato poco. Jc Electronics ha replicato contestando punto per punto la ricostruzione dell’ex premier. Secondo l’azienda, il documento presentato da Conte non sarebbe affatto inedito: sarebbe già stato prodotto dallo Stato nei procedimenti giudiziari e valutato dalla magistratura. La società ha ricordato che il Tribunale di Roma, con una sentenza del luglio 2025, ha respinto la querela di falso promossa dall’Avvocatura dello Stato contro la certificazione delle mascherine. Ha inoltre sostenuto che la conformità dei dispositivi sia stata attestata dall’Inail e da una perizia dell’Agenzia delle Dogane. Infine, ha invitato Conte a rinunciare all’immunità parlamentare e a ripetere le accuse nelle sedi giudiziarie. È la versione della società, naturalmente, ma è una versione fondata su pronunce e accertamenti che l’ex premier, nel suo affondo, avrebbe dovuto almeno ricordare.

Ricapitoliamo. Conte era stato convocato per rispondere delle decisioni assunte durante i suoi governi e ha tentato di aprire un controprocesso sulle scelte compiute da un altro esecutivo. Lo ha fatto partendo da una segnalazione anonima e da un documento che, stando alla replica di Jc Electronics, non rappresenterebbe alcuna scoperta. Una mossa politicamente astuta: si accendono i riflettori sulla transazione più recente e si lasciano in penombra gli acquisti, gli intermediari e il sistema delle deroghe costruito nella fase più caotica dell’emergenza.

L’autoproclamato avvocato del popolo, del resto, aveva preparato con cura la scena. Ha giurato di dire la verità sul proprio onore, ha definito la Commissione un “plotone d’esecuzione” organizzato contro di lui e una “gabbia di protezione” per gli amministratori regionali del centrodestra. Poi ha assicurato: “Potete scavare quanto volete”, perché non emergerebbero suoi comportamenti illeciti. Il punto, però, non è soltanto penale. Una commissione parlamentare d’inchiesta serve anche ad accertare responsabilità politiche, inefficienze amministrative, falle nei controlli e scelte sbagliate. Non aver commesso personalmente un reato non significa automaticamente aver governato bene.

Ed è qui che si arriva al vero cuore dell’audizione: non soltanto ciò che Conte ha detto, ma quello che non ha chiarito. L’ex premier ha trovato il tempo per rivendicare il Pnrr, attaccare Giorgia Meloni, criticare il riarmo europeo, prendere le distanze da Mario Draghi e tornare sulla missione russa in Italia. Un ampio comizio sulla politica di ieri e di oggi. Molto meno nitide sono risultate, almeno al termine del primo round, le risposte su alcuni dei meccanismi più controversi della gestione dell’emergenza.

Sono diversi i nodi che meritavano una risposta politica. In ordine sparso: perché gli acquisti furono affidati alla struttura commissariale, ridimensionando il ruolo della Consip? Quali controlli effettivi esercitarono la Corte dei Conti e l’Anac? Palazzo Chigi ricevette segnalazioni dell’intelligence sul rischio di speculazioni nel mercato delle mascherine? Quali verifiche furono disposte? Non possiamo trasformare queste domande in sentenze, ma non si può nemmeno liquidarle come fango.

Passiamo poi a una contraddizione che accompagna Conte dall’inizio della pandemia. Il 27 gennaio 2020, ospite di Lilli Gruber, l’allora presidente del Consiglio assicurava che l’Italia fosse “prontissima”. Domenico Arcuri avrebbe successivamente descritto, invece, un Paese “disarmato”. Le due rappresentazioni sono difficili da conciliare. Sarebbe stato utile sapere quali scorte fossero realmente disponibili, quale fosse il livello di preparazione del sistema sanitario e quando Palazzo Chigi comprese che l’Italia non disponeva di dispositivi sufficienti. Conte ha preferito rivendicare che il Paese diventò un modello internazionale. Ma essere copiati non dimostra, da solo, che ogni decisione fosse corretta.

Anche sui Dpcm la difesa è rimasta essenzialmente politica. Conte ha rivendicato la rapidità di uno strumento che consentiva di intervenire senza attendere i tempi ordinari del Parlamento. ” Abbiamo evitato che lo stato di emergenza potesse tramutarsi in stato di necessità”, la sua versione. Ma proprio questa “agilità”, tuttavia, è uno dei punti da approfondire: attraverso quei provvedimenti Palazzo Chigi limitò gli spostamenti, chiuse attività economiche, regolò gli incontri tra persone e incise su libertà costituzionali fondamentali. La necessità di agire in fretta non elimina la domanda sulla proporzionalità delle misure, sulla loro durata e sul ruolo assegnato alle Camere.

Poi è arrivata la giravolta su Mario Draghi. Conte ha difeso il Green pass, ma ha preso le distanze dall’obbligo vaccinale per gli ultracinquantenni, nel quale ha detto di aver visto un atteggiamento quasi “persecutorio”. Peccato che il Movimento Cinque Stelle sostenesse il governo Draghi e abbia votato quella misura. L’ex premier lo ha ammesso, spiegando che in caso contrario sarebbe caduto il governo. Traduzione: il provvedimento era eccessivo, forse persino persecutorio, ma andava approvato per non perdere Palazzo Chigi. La coerenza, evidentemente, scadeva insieme alla certificazione verde.

Conte ha inoltre respinto l’accusa di aver cercato il consenso dei no vax e ha ricordato che l’obbligo per gli over 50 venne introdotto dopo la fine del suo governo. Corretto. Ma resta irrisolta la questione politica: se quella scelta andava “oltre”, perché i Cinque Stelle non opposero un vero rifiuto? Non basta dire che altrimenti sarebbe caduto l’esecutivo. Un partito esiste anche per decidere quali provvedimenti non è disposto a votare.

L’audizione non è terminata. Dopo oltre cinque ore, la Commissione ha aggiornato i lavori al 14 settembre. Sarebbe quindi scorretto sostenere che Conte non risponderà mai: avrà una seconda occasione per farlo. Ma il bilancio della prima giornata resta evidente. L’ex premier ha parlato molto di Meloni, Draghi, delle Regioni, del Pnrr e persino del riarmo. Ha accusato, contrattaccato e rivendicato. Sui controlli delle forniture, sulle richieste rimaste senza risposta, sulla catena politica che collegava Palazzo Chigi alla struttura commissariale e sulla reale preparazione del Paese, invece, il quadro è ancora incompleto.

Per ora rimangono molta toga, molto onore e molti nemici. E una mascherina anonima utilizzata per coprire le domande alle quali Giuseppi dovrà ancora rispondere.

Massimo Balsamo, 7 agosto 2026

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