Politico Quotidiano

Da Minetti a Berlusconi, fino a Sgarbi: portate i sali a Travaglio

Una raffica di archiviazioni e smentite mette in crisi la narrazione costruita per anni dal Fatto Quotidiano. Non ne hanno azzeccata una

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Sgarbi. Minetti. Berlusconi-Dell’Utri. Tre vicende diverse, un denominatore comune: alla fine arrivano procure e giudici e il castello mediatico costruito nell’universo del Fatto Quotidiano si affloscia come un soufflé lasciato troppo a lungo fuori dal forno.

Non c’è dubbio: sono giorni estremamente complicati per Marco Travaglio e compagnia cantante. Non perché manchino le inchieste, le accuse, i sospetti, i retroscena e i titoloni a effetto. Quelli non mancano mai. Il problema è ciò che arriva dopo. E ultimamente il “dopo” è una sequenza impressionante di smentite, archiviazioni e ridimensionamenti.

Partiamo da Nicole Minetti. Per settimane il Fatto ha alimentato il caso della grazia concessa dal Presidente della Repubblica, sollevando ombre, insinuando presunte falsità e raccontando situazioni che avrebbero dovuto sconfessare la scelta del Colle. Poi è arrivata la Procura generale di Milano. Verifiche supplementari, controlli, accertamenti. Risultato: i fatti rilanciati non trovano conferma e non emergono elementi tali da mettere in discussione il quadro che aveva portato alla concessione della grazia. Una conclusione piuttosto imbarazzante per chi aveva trasformato la vicenda in una sorta di scandalo nazionale.

Passiamo poi al caso Sgarbi. Anche qui il copione è noto: grande clamore, accuse devastanti, giudizi preventivi. Poi, però, le inchieste si sgonfiano e quello che sembrava un intrigo clamoroso — almeno secondo la narrazione di Travaglio & Co. — finisce per ridimensionarsi sensibilmente. Non prima, però, di aver costretto Sgarbi alle dimissioni, preludio di una lunga e dolorosa malattia, aggravata anche dal peso dei violenti attacchi mediatici subiti.

Infine il capitolo più simbolico: Berlusconi e Dell’Utri, le presunte regie occulte delle stragi del 1993. Per trent’anni una parte del giornalismo, con in testa ovviamente il Fatto, e della magistratura investigativa ha inseguito questa pista come una sorta di Sacro Graal. Ora arriva l’ennesima archiviazione: secondo il gip di Firenze mancano elementi concreti per accertare rapporti diretti tra Cosa Nostra, Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri. È la sesta archiviazione in questa lunghissima vicenda.

Naturalmente nessuno pretende autocritiche solenni. Non sarebbe nello stile della casa. Dalle parti del Fatto, si sa, funziona diversamente: le accuse fanno notizia, le smentite molto meno.

Eppure il problema rimane. Perché negli ultimi mesi sembra essersi inceppato proprio il meccanismo che per anni ha rappresentato la principale forza del giornale. Sempre più spesso, infatti, sono le stesse procure — quelle alle quali il Fatto ha storicamente guardato con particolare simpatia — a demolire le narrazioni che i Travaglio boys avevano contribuito ad alimentare con zelo.

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È una sorta di eterogenesi dei fini in salsa giudiziaria. Per decenni il quotidiano diretto da Marco Travaglio ha vissuto nel presupposto che le procure fossero depositarie della verità. Oggi sono proprio quelle procure a infliggergli alcune delle smentite più sonore.

Uno, due, tre casi che si susseguono nel giro di pochissime settimane e alimentano un sospetto legittimo: forse nella galassia travagliana non stanno attraversando un semplice periodo sfortunato. Forse hanno smarrito il senso delle proporzioni tra accuse e prove, tra suggestioni e realtà.

Perché una cantonata può capitare a chiunque. Ma quando le cantonate diventano una collezione così ricca da meritare un catalogo, non è più soltanto una questione di sfortuna.

Salvatore di Bartolo, 7 giugno 2026

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