La libertà di manifestare è un diritto fondamentale, che una democrazia deve tutelare. Ma non può diventare un alibi per devastare, saccheggiare e aggredire. Il confine è netto: il dissenso è legittimo, la violenza è un reato. Criticare le istituzioni e contestare le decisioni del governo è parte della dialettica democratica; giustificare o minimizzare le devastazioni significa, invece, alimentare una cultura dell’irresponsabilità.
Il decreto sicurezza: prevenzione e responsabilità
Il decreto sicurezza approvato dal Consiglio dei ministri interviene con misure che puntano a rafforzare la prevenzione e ad affermare il principio di responsabilità: dal fermo preventivo, anche nei confronti dei minori, alle nuove disposizioni contro la partecipazione violenta alle manifestazioni, fino al principio del «chi rompe paga», con la responsabilità dei genitori nei casi e alle condizioni previsti dalla legge.
La questione non è comprimere il diritto a manifestare, ma impedire che questo diritto venga usato come copertura per comportamenti criminali. La libertà non elimina le responsabilità individuali e la partecipazione a una manifestazione non può trasformarsi in uno scudo contro le conseguenze delle proprie azioni.
Il disagio giovanile non può diventare un alibi
Richiamare genericamente il disagio giovanile per spiegare quanto accaduto a Milano rischia di confondere fenomeni profondamente diversi. Il disagio esiste, va ascoltato e affrontato con politiche educative, sociali e culturali. Ma assaltare e saccheggiare negozi, portando via capi firmati, non può essere automaticamente ricondotto a una condizione di marginalità.
In questi comportamenti può emergere qualcosa di diverso: la volontà di soddisfare il proprio edonismo, appropriandosi con la violenza di ciò che si desidera. La spavalderia con cui alcuni giovani hanno saccheggiato negozi milanesi, in alcuni casi persino alla luce del sole, restituisce l’immagine di chi agisce senza timore delle conseguenze, come se l’illegalità fosse diventata una prova di forza e il bottino un trofeo da esibire.
Il senso di impunità è uno dei fattori che più favoriscono la diffusione dei comportamenti violenti. Quando viene meno la percezione di una conseguenza concreta, il limite tra ciò che è consentito e ciò che è vietato si indebolisce. A questo può contribuire anche la consapevolezza, da parte di chi agisce con violenza, che le forze dell’ordine operano entro regole d’ingaggio e vincoli operativi che possono limitarne la capacità di contenere tempestivamente le aggressioni e ripristinare l’ordine.
Gli operatori devono poter intervenire con efficacia, nel rispetto della legge e dei principi di necessità e proporzionalità, senza essere lasciati soli davanti a situazioni di crescente pericolo. Se chi devasta ritiene di poter sfruttare i limiti dell’intervento delle forze dell’ordine per agire senza conseguenze, il rischio è che la percezione di impunità alimenti ulteriormente la violenza. Garantire strumenti adeguati a chi tutela la sicurezza pubblica non significa comprimere il diritto di manifestare, ma impedire che la libertà di alcuni diventi sopraffazione ai danni degli altri.
Comprendere le cause del disagio giovanile è doveroso; utilizzarlo per assolvere chi devasta e saccheggia è un errore. Nessuna frustrazione sociale, nessuna rivendicazione politica e nessuna appartenenza collettiva possono trasformare la violenza in un diritto.
Dalla folla fisica alla folla virtuale
In Psicologia delle folle, Gustave Le Bon analizzava come, all’interno della massa, l’individuo possa perdere parte del proprio senso critico e della propria responsabilità personale, diventando più vulnerabile al contagio emotivo e all’influenza del gruppo. Oggi questo fenomeno si ripropone, con caratteristiche nuove, negli ambienti digitali. La disinibizione digitale, favorita dalla distanza fisica e dalla percezione di anonimato, può indebolire i freni morali e sociali, rendendo più facile esprimere aggressività, diffondere odio e aderire a posizioni estreme.
La folla non ha più bisogno di riunirsi in una piazza: può formarsi, consolidarsi e radicalizzarsi attraverso uno schermo. Emozioni e risentimenti si propagano rapidamente, mentre il confronto diretto con chi la pensa diversamente viene spesso sostituito da una contrapposizione permanente tra nemici.
L’algoritmo come moltiplicatore della radicalizzazione
In questo scenario, gli algoritmi dei social network possono agire da moltiplicatori. I sistemi algoritmici selezionano e amplificano i contenuti che ottengono più visualizzazioni e interazioni. I messaggi più aggressivi, provocatori o divisivi possono così ottenere una visibilità sproporzionata rispetto ai contenuti che invitano alla riflessione.
Gli algoritmi non creano automaticamente la violenza e non determinano inevitabilmente la radicalizzazione. Possono però rafforzare convinzioni preesistenti, alimentare la polarizzazione e accelerare il contagio emotivo, soprattutto quando gli utenti vengono esposti ripetutamente a narrazioni che confermano le proprie convinzioni e demonizzano quelle altrui.
Il risultato è un ambiente nel quale l’indignazione diventa una risorsa da sfruttare, la provocazione una strategia per ottenere visibilità e l’estremismo un possibile strumento di aggregazione. La tecnologia, anziché favorire il confronto, rischia così di trasformarsi in una cassa di risonanza delle divisioni.
Guerra ibrida: manipolare le percezioni
Questa vulnerabilità assume una rilevanza ancora maggiore nel contesto della guerra ibrida, che non si combatte soltanto con le armi, ma anche attraverso disinformazione, propaganda, campagne di influenza e operazioni coordinate capaci di sfruttare tensioni già presenti nella società. L’obiettivo può essere quello di indebolire la fiducia nelle istituzioni, esasperare le contrapposizioni e compromettere la coesione sociale. Le piattaforme digitali offrono strumenti potenti per amplificare contenuti manipolatori e orientare le percezioni collettive.
Questo non significa attribuire automaticamente una regia occulta a ogni manifestazione violenta. Significa, piuttosto, riconoscere che conflitti autentici e tensioni interne possono essere sfruttati e amplificati da attori interessati a destabilizzare una democrazia. Ignorare questa possibilità sarebbe ingenuo; trasformarla in una spiegazione universale sarebbe altrettanto sbagliato.
Le democrazie occidentali devono costruire i propri anticorpi
Di fronte a queste dinamiche, le democrazie occidentali non possono limitarsi a subire. Gli anticorpi culturali e istituzionali restano indispensabili, ma non si sviluppano spontaneamente quando l’avversario dispone di strumenti tecnologici capaci di agire in modo rapido, coordinato e su vasta scala. Non si tratta di sostituire una propaganda con un’altra, né di imporre una narrazione ufficiale. Una democrazia che manipolasse i cittadini per difendersi dalla manipolazione finirebbe per contraddire i propri principi.
Si tratta, invece, di evitare che la verità verificabile e il confronto razionale siano sistematicamente svantaggiati rispetto ai contenuti più aggressivi e divisivi. Occorre quindi una risposta speculare negli strumenti, non nei metodi. Se la tecnologia può essere utilizzata per diffondere disinformazione e radicalizzazione, può essere impiegata anche per favorire contenuti verificati, informazioni attendibili, conoscenza delle istituzioni democratiche, del loro funzionamento e del ruolo delle forze dell’ordine.
La democrazia si difende con autorevolezza e consapevolezza
La sfida non è scegliere tra libertà e sicurezza, ma garantire entrambe. Una democrazia debole nell’affermare le regole finisce per lasciare spazio a chi impone la propria forza; una democrazia che sacrifica le libertà in nome della sicurezza rischia, invece, di tradire sé stessa.
Servono leggi efficaci, responsabilità individuale, educazione civica e alfabetizzazione digitale. Serve soprattutto una cultura pubblica capace di distinguere il dissenso dalla sopraffazione, il disagio dalla predazione, la critica dalla delegittimazione sistematica. La libertà non è l’assenza di regole, ma la possibilità di esercitarla senza negarla agli altri. E la democrazia si difende reprimendo la violenza quando esplode nelle strade e costruendo gli anticorpi culturali e tecnologici necessari a impedirne la diffusione. La libertà di manifestare non è la libertà di devastare. E la comprensione delle cause non può mai diventare l’assoluzione delle responsabilità.
Andrea Amata, 23 ottobre 2026
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