C’è un equivoco colossale che la sinistra italiana continua a coltivare con cura: l’idea che strizzare l’occhio ai pro Pal, coccolarli, giustificarli, minimizzarli, porti qualche voto in più. E invece porta solo una cosa: la legittimazione di un clima violento, intollerante e profondamente antidemocratico. Quanto accaduto all’Università di Bergamo è l’ennesima dimostrazione di dove porta questa ambiguità morale.
In un’aula universitaria, non in un centro sociale occupato o in una piazza urlante, risuona una frase che dovrebbe gelare il sangue a chiunque creda nella democrazia liberale: “Non siamo contro Hamas ma siamo con chiunque spara a un sionista”. Non è una provocazione da social, non è una frase rubata in un corteo confuso. È una dichiarazione scandita durante un incontro pubblico, mentre parla un europarlamentare in carica, Giorgio Gori, invitato a discutere di giovani, università e lavoro. Tema evidentemente insopportabile per chi pensa che la politica si faccia a colpi di slogan e minacce.
Sette giovani stendono uno striscione, “Fuori i sionisti dall’Università”, leggono un testo, poi se ne vanno. Il rito è sempre lo stesso: pochi minuti, il tempo di lanciare il messaggio intimidatorio, e via. Non è dissenso, non è protesta. È una forma di squadrismo ideologico che pretende di stabilire chi può parlare e chi no. E soprattutto chi merita di essere colpito, perché se dici di stare “con chiunque spara”, il salto dalla parola all’azione è tutt’altro che teorico.
L’Università, va detto, reagisce con fermezza e parla di comportamenti “in aperto contrasto con i valori fondanti dell’Università”, annunciando possibili sanzioni disciplinari nei confronti dei responsabili. Meno male. Ma il punto politico resta tutto. Perché questi ragazzi non arrivano dal nulla. Non sono marziani. Sono il prodotto di anni di indulgenza, di giustificazionismo, di silenzi imbarazzati ogni volta che la causa palestinese viene usata come clava contro Israele e, sempre più spesso, contro gli ebrei in quanto tali.
Bergamo non è nuova a queste scene. Solo pochi mesi fa i pro Pal locali avevano contestato duramente un incontro promosso da Italia-Israele con Emanuele Fiano. All’epoca il Pd bergamasco aveva preso le distanze, parole dure, condanne ufficiali. Ma evidentemente non è bastato. Perché oggi si alza l’asticella. Oggi non ci si limita a contestare: si legittima la violenza. Si dice apertamente di stare dalla parte di chi spara.
Le reazioni indignate non mancano e arrivano trasversalmente. La sindaca Elena Carnevali parla di “incitamento alla violenza e all’odio”. Gianni Cuperlo definisce la contestazione “indecente”. Antonio Misiani ricorda che “I diritti del popolo palestinese non si difendono legittimando chi spara”. Tutto giusto, tutto condivisibile. Ma arriva sempre dopo. Sempre quando il mostro è ormai uscito dalla bottiglia.
Emanuele Fiano, chiamato in causa indirettamente, va dritto al punto: “Si sta superando ogni limite. Ci sono odiatori violenti in giro che fanno paura. Non siamo liberi di esprimere le nostre opinioni”. E parla di “nipotini dei brigatisti”. Un’espressione che farà storcere il naso a qualcuno, ma che coglie un nervo scoperto: l’idea che la violenza politica, se rivestita di una causa “giusta”, possa tornare ad essere tollerabile.
Il dato più inquietante, però, non è nemmeno la frase in sé. È il contesto che la rende possibile. Un’università, un’aula, un incontro pubblico. Luoghi che dovrebbero essere il presidio del confronto civile e che invece diventano teatro di intimidazioni. E mentre la sinistra istituzionale si affanna a prendere le distanze a parole, una parte del suo mondo culturale continua a strizzare l’occhio a questi ambienti, a considerarli “esuberanze”, “eccessi”, “ragazzi arrabbiati”.
Ecco chi si coccola per qualche voto in più. Ecco il prezzo dell’ambiguità. Violenti e antidemocratici che si sentono autorizzati a parlare, urlare, minacciare. E che domani potrebbero fare qualcosa di più. Poi, come sempre, ci saranno i comunicati indignati. Ma sarà troppo tardi.
Franco Lodige, 24 gennaio 2026
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