Politico Quotidiano

Giovani antifà per slogan: gridano al fascismo senza sapere cosa sia

Basta vittimismo e giustificazioni per chi delinque: l'Italia non deve chiedere scusa a nessuno per pretendere rispetto delle regole, legalità e convivenza civile.

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Girando per il web mi è capitato di vedere Corrado Formigli intervistare un ragazzo italiano di seconda generazione, probabilmente uno di quelli presenti nelle piazze dove, in nome della protesta contro il caro vita, si spaccano vetrine, si rubano merci e si lanciano sassi contro le forze dell’ordine. Alla domanda su cosa vorrebbe dal governo, sempre dipinto come il male assoluto da una certa narrativa politica e giornalistica, il ragazzo ha risposto che vorrebbe che lo Stato smettesse di odiare gli italiani di seconda generazione.

Confesso di essere rimasto perplesso. Non vedo questo odio. Anzi, vedo un Paese che garantisce assistenza sanitaria, istruzione pubblica, libertà religiosa, sussidi, case popolari e una quantità di diritti che in molte parti del mondo sono tutt’altro che scontati. Certo, non siamo il Paradiso terrestre, ma nemmeno l’inferno descritto da chi trasforma ogni problema sociale in una persecuzione sistematica.

A questo punto mi chiedo: che cosa dovrebbe fare ancora lo Stato? Consegnare direttamente un paio di sneakers firmate e un iPhone all’uscita della scuola? Forse dovremmo ragionare come la consigliera comunale trevigiana Antonella Tocchetto, secondo la quale quei ragazzi avrebbero rubato ciò che le loro famiglie non potranno mai dare loro: vestiti e scarpe firmate.

Complimenti per il messaggio educativo. Quindi, se un ragazzo non può permettersi uno smartphone da mille euro, il problema non è desiderare ciò che non si può acquistare, ma il fatto che nessuno gli abbia ancora spiegato dove si trova la vetrina più vicina da sfondare? Un principio interessante. Mi domando come mai nessuno l’abbia ancora inserito nei programmi scolastici di educazione civica.

La realtà, purtroppo, è molto più semplice: rubare non è riscatto sociale. Rubare è rubare. Allo stesso modo, trovo curioso che si continui a usare la parola “fascismo” come una specie di deodorante politico da spruzzare ovunque ci sia un’opinione diversa dalla propria.

Se il governo fosse davvero fascista, le manifestazioni ostili al governo stesso verrebbero proibite, non autorizzate. Chi insulta pubblicamente le istituzioni non passerebbe la giornata a pubblicare video sui social. Chi lancia pietre contro la polizia non tornerebbe a casa la sera raccontando l’impresa agli amici. Invece accade esattamente il contrario. Le manifestazioni si svolgono, le critiche vengono espresse liberamente e il dibattito politico è spesso così aperto da degenerare nel caos.

Forse sarebbe il caso di smettere di vedere fascisti ovunque e iniziare a vedere le responsabilità dove realmente si trovano.
L’integrazione non significa rinunciare alle proprie origini, ma comprendere e rispettare il Paese che ti ospita o nel quale sei cresciuto. Significa contribuire alla società, non combatterla. E la grande maggioranza degli italiani di origine straniera questo lo ha capito benissimo: studia, lavora, costruisce famiglie e rappresenta una risorsa per il Paese.

Il problema non è la provenienza delle persone. Il problema è la cultura della vittima permanente, secondo cui ogni fallimento è colpa degli altri e ogni comportamento sbagliato merita una giustificazione sociologica. Gli italiani sono stanchi della violenza, dei vandalismi e delle lezioni morali impartite da chi trova sempre una scusa per chi distrugge e mai una parola per chi rispetta le regole.

Noi vogliamo semplicemente vivere in pace, conservando la nostra cultura, le nostre tradizioni, la nostra storia e i valori che hanno reso l’Italia ammirata nel mondo per la sua arte, la sua creatività, la sua cucina, la sua industria e il talento dei suoi cittadini. Chi vuole condividere tutto questo è il benvenuto. Chi invece considera la violenza una forma di dialogo dovrebbe forse chiedersi perché, ovunque vada, finisce sempre per trovare un nemico e mai una soluzione.

Beppe Fantin, 31 ottobre 2026

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