Uno studio di Michael Christl e Monika Köppl-Turyna pubblicato nel 2025 e tornato di moda in questi giorni sui social evidenzia come in Italia il welfare venga spremuto allo sfinimento dagli stessi che, sempre più famelici, oggi hanno la sfacciataggine di chiedere ancora più tasse a quelli che le pagano. Gli autori della relazione hanno usato EUROMOD, il modello di simulazione della Commissione Europea, per calcolare il saldo fiscale netto di ciascuna famiglia. Da un lato tutto ciò che si paga (IRPEF, contributi di varia natura, IVA) e dall’altro tutto ciò che si riceve: pensioni, sussidi, bonus, ma anche il valore in euro della sanità e dell’istruzione pubblica di cui si usufruisce. Ovviamente, quando la bilancia pende più verso ciò che si prende e non verso ciò che si dà, significa in soldoni che il suddetto individuo è a carico dello Stato e quindi della collettività.
Il risultato italiano è preoccupante: circa il 60% delle famiglie prende più di quello che dà. Attenzione: non si tratta solo di pensionati o di persone in gravi condizioni di salute che, giustamente, devono beneficiare del welfare statale dopo anni di contributi. Lo studio infatti guarda all’intera vita lavorativa e trova che, nei sistemi come il nostro, il contributo netto è basso o addirittura negativo. Perché? Semplice: interi lustri di assistenzialismo sfrenato. Decenni di baby pensioni, bonus, mancette elettorali, scivoli e anticipi hanno insegnato a generazioni intere che lo Stato è un bancomat e che i conti delle casse pubbliche sono più un diritto che un dovere.
Il quadro che ne esce è quello di un Paese in cui una minoranza (composta in maniera consistente dai tanti bistrattati imprenditori) mantiene una maggioranza che dunque beneficia largamente del lavoro altrui. Quelli con la bilancia in negativo sono la maggioranza e in democrazia la maggioranza vota: indovinate dunque quale rischia di essere la linea politica che va per la maggiore? Quella per cui ogni taglio statale è impopolare e fascio-capitalista, quella che incanta grazie alla promessa di un nuovo reddituccio a ridosso delle elezioni. Tanto il conto arriva a chi produce o, nella migliore delle ipotesi, alle future generazioni attraverso il debito.
A questo serve la sinistra, sopratutto quella sindacale: ad ammaliare gli improduttivi che pensano che lo Stato debba camparli per grazia divina. E di recente l’hombre vertical di queste battaglie è Maurizio Landini e la sua CGIL. Il segretario propone da mesi un “contributo di solidarietà” (ancora, più di così?) sulle grandi ricchezze, cioè su chi ha un patrimonio netto superiore ai due milioni di euro (in Italia circa 500 mila persone) per un gettito stimato di un paio di decine di miliardi. Risorse sulla carta da destinare a sanità, scuola, welfare e assunzioni. L’idea è stata rilanciata più volte, anche nelle assemblee del campo largo di fine 2025 e inizio novembre 2026, ma è talmente sfacciata che è eccessiva persino per Conte e il suo Movimento5Stelle.
Già, perché è cristallino come questa sia l’ennesima mossa parassitaria di un sindacato, ormai partito politico, che non si occupa dei lavoratori (difatti non si fa problemi a firmare contratti collettivi a 5€ l’ora…) ma che promette di far sbarcare il lunario a chi non vuole alzare un dito. Chi tiene in piedi il sistema e sostiene di fatto la maggioranza dei connazionali, per questi qui, dovrebbe essere spremuto ulteriormente. Sia mai avere il coraggio di chiedere una riforma più equa delle pensioni, oppure la necessità di ridurre gli sprechi pubblici, di interrompere le ancora frequentissime stipendierie all’italiana per far quadrare meglio i conti. Macché: si chiede di aumentare il carico su chi resta in piedi, finché la situazione non diventa strutturalmente insostenibile. Quando la minoranza che produce smetterà di reggere o scapperà, che succederà?
In Italia la minoranza che mantiene se stessa e gli altri è già minuta; di contro la maggioranza che viene mantenuta è sempre più grande. Continuare a chiedere di più a chi tiene in piedi il Paese è accelerare un processo irreversibile. Perché, apostrofando Margaret Tatcher, il problema del socialismo è che i soldi degli altri, prima o poi, finiscono…
Alessandro Bonelli, 7 novembre 2026
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