Politico Quotidiano

Il malessere, le chat, Salvini: la Lega è in rivolta?

Fontana mette in discussione la leadership, Zaia resta sullo sfondo e i governatori preparano la battaglia d’autunno. Salvini non arretra, mentre nel Carroccio cresce il fronte che chiede un cambio di rotta.

lega salvini
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Ormai è noto. È bastata una frase. Sei parole, pronunciate senza alzare la voce, per trasformare il malumore che da settimane attraversava la Lega in qualcosa di molto più simile a una resa dei conti. Alla domanda se Matteo Salvini debba fare un passo indietro o di lato, Attilio Fontana ha risposto al Corriere: “Nessuna soluzione va esclusa a priori”. E da quel momento nel Carroccio è saltato il tappo.

La scena successiva si consuma dove oggi si combattono parecchie guerre politiche: su Whatsapp. Secondo quanto raccontato dal Giornale, la chat del Consiglio federale si incendia. Claudio Durigon reagisce duramente, Luca Toccalini si lamenta dell’“attacco continuo sulla stampa”, Silvia Sardone ironizza sulle beghe interne, Giulio Centemero invoca il ritorno alle discussioni nelle sedi del partito e a porte chiuse. Fontana? Legge. E non risponde.

Sembra un dettaglio, ma racconta bene lo stato dell’arte. Perché nella Lega ormai il problema non è più stabilire se esista un malessere, il problema è capire dove porterà. Fontana ha fatto ciò che fino a qualche tempo fa sembrava quasi impensabile: ha trasformato una discussione sulla linea politica in una discussione sulla permanenza del segretario. Il presidente lombardo parte da un numero che nel partito conoscono tutti: il passaggio dal 34 per cento dei tempi d’oro al 5 per cento evocato dallo stesso governatore. Dietro, sostiene, ci sono sezioni che si assottigliano, militanti inquieti, amministratori del Nord che chiedono di essere ascoltati e un’identità che una parte della vecchia Lega considera sempre più sbiadita. Ed è qui che la faccenda si complica.

Perché non c’è, almeno per ora, un congresso contro Salvini. Non c’è un candidato ufficiale contro Salvini. Non c’è nemmeno una corrente formalmente dichiarata contro Salvini. C’è qualcosa di più sfumato e proprio per questo potenzialmente più pericoloso per l’unità del partito: l’idea di costruire un luogo politico nel quale raccogliere chi vuole cambiare la Lega senza uscire dalla Lega.

Un’associazione. Larga, dicono i promotori. Federalista, molto attenta ai territori, alle amministrazioni del Nord e alle vecchie parole d’ordine autonomiste. Il Foglio racconta che nelle intenzioni potrebbe restare dentro il partito e trasformarsi, un giorno, in una piattaforma programmatica capace persino di sostenere una mozione alternativa a quella salviniana. È questo il vero spettro che agita via Bellerio: non necessariamente una scissione domani mattina, ma la costruzione pezzo dopo pezzo di un partito nel partito.

E poi c’è Luca Zaia. Il suo nome gira attorno alla vicenda quasi inevitabilmente. L’ex governatore veneto resta uno dei leghisti più riconoscibili e soprattutto uno dei riferimenti naturali di quella Lega amministrativa e settentrionale che chiede di tornare a mettere territori e autonomia al centro. Fontana ha aperto la porta, Zaia potrebbe decidere quanto spalancarla. Attorno si muovono altri mondi del Carroccio: Maurizio Fugatti viene indicato tra gli interlocutori dell’area dei governatori, mentre Massimiliano Fedriga viene descritto – almeno per il momento – su posizioni più concilianti nei confronti di Salvini.

Ecco perché parlare semplicemente di “ribellione dei governatori” rischia persino di essere riduttivo. La battaglia riguarda il dopo, ma prima ancora riguarda quale Lega debba arrivare al dopo. Da una parte c’è il modello costruito da Salvini dal 2013 in poi: il Carroccio trasformato da partito prevalentemente nordista in forza nazionale, la centralità dei temi della sicurezza e dell’immigrazione, il rapporto diretto tra leader ed elettorato. Dall’altra torna a farsi sentire la Lega dei territori, degli amministratori, del federalismo e soprattutto del Nord. Non è ancora una separazione consumata. È una domanda rimasta per troppo tempo sotto il tappeto: che cosa deve essere la Lega quando Salvini non riesce più a produrre i numeri elettorali dell’epoca del Papeete? Daniele Belotti, ex parlamentare bergamasco della Lega, a Milano Quotidiano non ha utilizzato troppi giri di parole per condividere l’intervento di Fontana: “Va cambiato il segretario federale. A Salvini l’ho detto in faccia”

La risposta dei salviniani – ma anche dei non salviniani – è altrettanto semplice: il segretario è stato rieletto appena un anno fa e nessuno, allora, si è presentato per sfidarlo. È l’argomento utilizzato anche dal presidente del Veneto Alberto Stefani, che si domanda perché le critiche di oggi non siano emerse al congresso. “Siamo a poco più di un anno da un Congresso in cui nessuno ha alzato un dito se non per chiedere a quella persona, cioè Matteo Salvini, di continuare a guidare la Lega. E siamo a poco più di un anno dalle elezioni politiche. E dunque, mi domando come mai al congresso di Firenze non si siano sentite queste considerazioni”, le sue parole al Corriere della Sera. A Fontana che parla di malessere nel partito, ecco la replica: “Io penso al malessere dei cittadini… quelli dei partiti si curano nei congressi”.

“Il dibattito sui giornali non serve a nulla. C’è stato uno scambio di idee e un sano dibattito in Direttivo Regione Lombardia pochi giorni fa e chi era presente ha ascoltato e detto la propria opinione. Io continuo a pensare che ‘i panni sporchi si debbano lavare in casa’ e quindi penso che il dibattito interno possa andare bene solo se non sfocia in polemiche sterili”, l’analisi del vicepresidente del Senato Gian Marco Centinaio.

Lorenzo Fontana, presidente della Camera, prova invece a vestire i panni del pompiere: discutere sì, ma senza trasformare tutto in un conflitto pubblico. Ricorda inoltre che Salvini prese una Lega che molti consideravano finita e la riportò ai vertici: “Se si ha davvero a cuore il movimento, è giusto discutere e ragionare sul futuro – le sue parole al Giornale – Ma bisogna farlo evitando conflitti pubblici e confusione. Il confronto è utile quando costruisce, non quando divide. C’è anche una questione umana”. È precisamente questa la linea difensiva del quartier generale salviniano: potete discutere la strategia, ma non potete comportarvi come se il segretario fosse diventato improvvisamente un abusivo in casa propria.

C’è poi un retroscena meno nobile e molto più concreto. Le liste. Nel fronte vicino a Salvini c’è chi legge una parte della rivolta anche attraverso la lente delle prossime candidature parlamentari. Sempre secondo Il Giornale, nell’area del segretario si sospetta che Fontana voglia soprattutto pesare quando arriverà il momento di decidere chi entra e chi resta fuori. Gli oppositori respingono questa lettura e sostengono invece che continuare così significherebbe condannare il partito a nuovi minimi.

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Ed eccoci al punto. Che cosa succede adesso? La prima possibilità è che non succeda apparentemente nulla. Salvini non sembra intenzionato a mollare e dispone ancora di una legittimazione congressuale recente. I governatori, nel frattempo, possono organizzarsi, costruire l’associazione, mettere insieme amministratori e militanti e aumentare progressivamente il prezzo politico della fedeltà al segretario.

La seconda possibilità porta direttamente a Pontida. Il tradizionale raduno leghista rischia quest’anno di diventare molto più di una manifestazione identitaria. Potrebbe essere il primo termometro reale dei rapporti di forza: entusiasmo per Salvini, contestazione, freddezza, mobilitazione dell’ala nordista. È lì che le indiscrezioni, le chat e le interviste dovranno prima o poi incontrare i militanti. E proprio Pontida viene indicata come uno dei possibili primi banchi di prova della nascente organizzazione dei malpancisti.

La terza è la più esplosiva: che l’associazione smetta di essere soltanto uno strumento di pressione e diventi il contenitore politico di un dopo Salvini. Chi dovrebbe guidarlo è tutt’altra storia. Zaia è il nome che viene spontaneo, Fontana è quello che ha aperto pubblicamente lo scontro, altri potrebbero preferire una gestione più collegiale. Per ora nessuno ha scoperto davvero le carte. Ed è forse il particolare più importante.

Perché le rivolte nei partiti diventano davvero pericolose per un leader non quando qualcuno grida “dimettiti”, ma quando non c’è più unità di intenti. Il punto non è più se Salvini abbia degli avversari interni. Quelli ormai ci sono. Il punto è capire come evolverà la situazione.

Massimo Balsamo, 18 agosto 2026

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