Il paradosso antifascista: Resistenza sì, Ucraina no

Dal ricordo dei partigiani alle tensioni di oggi: il corto circuito nelle piazze italiane

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C’è qualcosa di profondamente stonato nelle immagini arrivate dalle piazze italiane lo scorso 25 aprile. Non una semplice contraddizione, ma una crepa evidente tra ciò che si proclama e ciò che, invece, si pratica.

La Festa della Liberazione celebra la Resistenza: uomini e donne che hanno combattuto contro un invasore e contro un regime autoritario, in nome della libertà nazionale. È il mito fondativo della Repubblica. Eppure, proprio mentre si cantava Bella Ciao, in alcune piazze sono state strappate le bandiere di un altro popolo che – oggi, nel 2026 – combatte una guerra di resistenza contro un’invasione straniera.

A Roma, manifestanti con bandiere ucraine sono stati insultati, aggrediti e costretti ad allontanarsi; qualcuno li ha perfino accusati di essere “nazisti”, mentre le loro bandiere venivano strappate. A Bologna, un professore ultraottantenne è stato respinto da un corteo semplicemente perché portava con sé il vessillo ucraino insieme a quello italiano ed europeo. In entrambi i casi non si tratta di episodi marginali, ma di scene emblematiche.

Il punto non è negare la complessità geopolitica, né pretendere uniformità di opinioni. Il punto è un altro: come si può rivendicare l’eredità della Resistenza e, contemporaneamente, rifiutare – o addirittura aggredire – chi esprime solidarietà verso un popolo che da oltre quattro anni resiste a un’invasione armata?

Qui emerge l’ipocrisia di una certa parte dell’antifascismo militante: un antifascismo sempre più selettivo, condizionato, ideologico, che riconosce la legittimità della resistenza solo quando appartiene al passato – o quando si inserisce in una narrazione politicamente compatibile – ma la nega o la osteggia quando si manifesta nel presente, in forme “scomode”.

La contraddizione è ancora più evidente ascoltando le parole di chi è stato allontanato. Per molti, il parallelo è naturale: gli ucraini oggi combattono per la libertà, come i partigiani ieri. Eppure questo paragone, nelle piazze di una certa sinistra radicale, diventa inaccettabile. Non perché sia storicamente assurdo, ma perché rompe uno schema ideologico.

Così accade che il 25 aprile, giorno dell’unità antifascista, si trasformi in uno spazio di esclusione: un luogo in cui si decide chi è degno di ricordare la Resistenza e chi no. Una bandiera – simbolo di una guerra reale, contemporanea – viene percepita come una provocazione anziché come un richiamo coerente ai valori celebrati.

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Non è solo una questione di cronaca. È una questione culturale e politica. Perché svuotare l’antifascismo della sua dimensione universale significa ridurlo a un rituale identitario. E un antifascismo che non riconosce le nuove forme di oppressione finisce inevitabilmente per tradire se stesso e quegli stessi valori che pretende di celebrare.

Se la Resistenza è stata lotta contro l’invasione e per la libertà, allora non può essere evocata solo a parole. O vale sempre, oppure diventa un mero esercizio retorico.

Salvatore Di Bartolo, 29 aprile 2026

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