Politico Quotidiano

Il Quirinale bacchetta Nordio. Ma il caso Roggero apre un’altra partita

La vicenda del gioielliere riaccende il dibattito sulla gestione delle prerogative presidenziali e sulle scelte del passato

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Proprio in queste giorni assistiamo all’enorme dibattito suscitato dal caso Roggero. La Cassazione ha confermato in via definitiva la sua condanna a 14 anni e 9 mesi per il duplice omicidio dei rapinatori della sua gioielleria.

La popolazione si è subito attivata con una petizione per la concessione della grazia. La raccolta firme è ancora in corso e, anche se si tratta di un modo non previsto dalla legge per attivare questa procedura, è senza dubbio un segnale politico gigantesco della posizione che la maggioranza dei cittadini ha assunto su questa vicenda.

Una pressione civile che raramente si vede in Italia, soprattutto per atti di clemenza. Il centrodestra si è mosso subito. Matteo Salvini ha rivolto un appello al Presidente della Repubblica e il ministro Nordio ha dichiarato di voler lavorare all’istruttoria per la grazia.

La risposta del Colle è arrivata in modo secco: Sergio Mattarella ha convocato il Guardasigilli al Quirinale per precisare che il potere di concedere la grazia spetta esclusivamente al Capo dello Stato. Dopo il faccia a faccia, l’ufficio stampa del Ministero della Giustizia non ha emesso note di replica, lasciando che fosse la durissima nota ufficiale del Colle a dettare la narrazione della giornata.

Nessuno discute l’articolo 87 della Costituzione: la grazia è una prerogativa esclusiva del Capo dello Stato. Però, est modus in rebus e, visti i precedenti, l’esercizio di sovrana fermezza istituzionale potrebbe passare anche per vie meno rigide da questo dogmatismo formale. Perché l’intransigenza convenzionale sfoderata in queste ore sul caso del gioielliere di Grinzane Cavour stona violentemente con il recente passato. Abbiamo già avuto modo di assistere a una gestione a doppia velocità, sia sul tema della grazia che sul coinvolgimento del Colle nel dibattito politico.

Sul tema della grazia, basta ricordare il caso Minetti. La verifica istruttoria è certamente un passaggio previsto, forse normale, anche se, parrebbe, mai utilizzato in passato. Ma in quel caso è diventato, nei fatti, una pressione politica: il Colle si è lasciato trascinare dal furor giustizialista di un paio di trasmissioni e dei soliti giornali d’area, arrivando a rincorrere tesi poi rivelatesi infondate e pretendendo verifiche da via Arenula su presunti “inganni” istruttori. Tutti ricordiamo come andò a finire. E tutti ricordiamo che quella pratica, alla prova dei fatti, era stata redatta correttamente e ha tenuto a qualsiasi verifica.

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Se poi il Presidente pensa di chiamarsi fuori dal dibattito politico sul tema della sicurezza, credo che sia fuori tempo massimo: abbiamo già avuto modo di apprendere il suo punto di vista quando ha rimandato alle camere la prima versione della legge di conversione del DL sicurezza, sapendo che non vi sarebbero stati i tempi tecnici per una nuova stesura.

Il decreto passò solo con la promessa di prossimi correttivi. Dunque, quando si tratta di frenare le politiche di sicurezza del centrodestra, la moral suasion presidenziale è iperattiva e chirurgica. Quando invece la piazza chiede a gran voce un atto umanitario per Roggero, il Colle riscopre la rigidità dei ruoli.

Analogo copione a febbraio: in piena campagna per il referendum sulla giustizia, fu sufficiente che il ministro Nordio usasse toni un po’ più aspri contro lo strapotere delle correnti togate per spingere il Presidente, in un clamoroso blitz fisico, a presiedere il CSM, pur di blindare i magistrati e intimare al Guardasigilli di “abbassare i toni”.

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La tendenza sembra consolidata: massimo rigore istituzionale e protocolli intoccabili quando intende mettere a tacere le battaglie del centrodestra o della piazza; massima flessibilità e subalternità all’agenda mediatica quando a dettare il fango quotidiano sono le inchieste di sinistra.

Questa volta, però, sappiamo che l’istruttoria per Roggero sarà talmente blindata da risultare inattaccabile dal Fatto Quotidiano, da Ranucci o da qualsiasi altra eco mediatica. Quando Travaglio o chi per lui troveranno uno o mille motivi per dire che il gioielliere non merita la clemenza (perché possiamo scommettere che lo faranno), vorremmo che il Presidente non dubitasse della correttezza dell’operato del Ministero.

Crediamo che Nordio, prevedendo gli sviluppi, abbia inteso comunicare che l’istruttoria viene eseguita con cura estrema, come sempre del resto, e fin dall’inizio, proprio per prevenire boutade come l’ultima. Non perché quella del caso Minetti fosse scritta male – l’esame dei fatti ha dimostrato l’esatto contrario – ma perché nessuno vuole che anche questa vicenda diventi oggetto di ombre e fango. La competenza è Sua, Presidente, certamente. Ma lo era anche per la Minetti. O no?

Magari il richiamo formale andrebbe fatto a quelle voci che, c’è da scommetterci, si ergeranno all’unanimità a difesa della Costituzione spargendo teoremi sulla procedura o su fantasiose frequentazioni del Ministro.
C’è poi un ulteriore cortocircuito dentro questa vicenda, che non riguarda la grazia ma il terreno civile: il risarcimento milionario alle famiglie dei rapinatori. È un paradosso dentro il paradosso. Da un lato lo Stato condanna Roggero a quasi quindici anni di carcere; dall’altro riconosce un risarcimento che, per quanto tecnicamente motivato, pesa come una pietra sul senso comune di giustizia.

Risarcimento per cosa? Per lucro cessante e perdita di chance di una vita passata ad assaltare negozi a mano armata? La perdita di una vita non ha prezzo, è cosa vera ma forse troppo abusata e retorica: come è possibile che lo Stato liquidi poche migliaia di euro alla famiglia di chi muore su un VERO posto di lavoro, e si arrivi invece a milioni di euro per chi è morto compiendo una rapina?

La vita di un malvivente e il dolore della sua famiglia valgono forse più di quella di chi cade da un’impalcatura e del dolore dei suoi cari? Ma questo è un capitolo separato, che seguirà il suo corso nelle sedi competenti, forse anche a Strasburgo.

Sul piano della grazia, invece, gli scenari sono molto più lineari. La procedura è chiara, i passaggi codificati, i presupposti verificabili. Il Ministero lavorerà, immaginiamo, con una cura estrema: ogni elemento, ogni circostanza, ogni profilo giuridico sarà trattato con la massima attenzione proprio per evitare che la pratica diventi terreno di polemiche o sospetti. È un’istruttoria che nasce blindata, e che resterà blindata. E si attende la domanda di chi ha la legittimazione per proporla.

Il Presidente, su questo piano, sia tranquillo: la procedura sarà, come sempre, rispettata, i presupposti ci saranno, e nessuno andrà ai party della famiglia Roggero. Solo ciò che la Costituzione prevede: un atto di clemenza che spetta esclusivamente al Capo dello Stato, e una decisione che potrà essere presa sapendo che ogni passaggio è stato compiuto con rigore.

Ed è forse questo il punto più importante: la grazia non è un favore, non è una bandiera politica, non è una resa alla piazza. È un potere costituzionale che richiede serietà, equilibrio e rispetto delle forme. E Nordio, con il suo annuncio sull’istruttoria ha implicitamente detto, a tutti, ma vogliamo credere, in particolare al Presidente: “non sia messo in dubbio nulla perché di nulla potrà dubitarsi”.

La Costituzione non attribuisce al Presidente alcun potere disciplinare sui ministri. Non può intervenire nella gestione interna dell’istruttoria, che resta competenza esclusiva del Ministero. E questa bacchettata al guardasigilli sembra proprio fuori tema.

Teresa Casamichela, 18 luglio 2026

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