Il clima di tensione all’interno del Pd è ben riassunto dalla quantità di indiscrezioni – mai smentite – sul futuro del partito. Questa volta la notizia è firmata Corriere della Sera, quindi non semplici voci ma un racconto che fotografa bene il clima interno. Il punto è semplice: dentro il mondo dem si lavora per evitare che Elly Schlein arrivi fino in fondo. Non apertamente, certo. Ma in modo sempre più evidente.
Da giorni circola un nome che sa di ritorno al passato ma che, nelle logiche democratiche, è tutt’altro che nostalgico: Pier Luigi Bersani. Non tanto come candidato vero e proprio, quanto come strumento di pressione. L’idea, secondo quanto racconta il quotidiano di via Solferino, è quella di usarlo come deterrente per evitare le primarie e soprattutto la discesa in campo della stessa Schlein. Se Bersani si dicesse disponibile, il ragionamento è che la segretaria potrebbe essere spinta a fare un passo indietro. In fondo è la vecchia logica dell’usato sicuro, con in più un dettaglio non banale: Bersani, a quanto pare, mantiene una certa popolarità anche tra i più giovani, quelli che non votano Schlein ma nemmeno Giuseppe Conte.
Il problema è che Bersani, almeno per ora, non sembra entusiasta. Anche perché tiene aperta una partita ben più ambiziosa, quella del Quirinale nel 2027 in caso di vittoria del centrosinistra. E allora, se dovesse tirarsi indietro, ecco pronto un altro nome: Franco Gabrielli, che piace soprattutto all’area riformista. Segno che l’obiettivo non è tanto il candidato in sé, quanto evitare che sia Schlein. Ma il vero movimento, quello più interessante, si gioca dietro le quinte. Sempre secondo le indiscrezioni, la cosiddetta “Ditta” è tornata al lavoro per riprendere in mano il centrosinistra. In campo ci sono Goffredo Bettini e Massimo D’Alema, due che non hanno mai smesso di tessere relazioni e strategie. E non è un caso che entrambi abbiano un ottimo rapporto con Conte. Il segnale è arrivato chiarissimo anche sul piano simbolico: la nuova rivista di Bettini che debutta con un editoriale di Conte e un’intervista di D’Alema. Più che una coincidenza, una linea politica.
Le parole, del resto, parlano da sole. Bettini lo dice senza troppi giri: “Elly ha fatto un lavoro enorme e questo le va riconosciuto perché c’è chi dentro non glielo riconosce. Ma la questione della premiership non va posta oggi. La mia esperienza mi dice che bisogna pensare al modo migliore per vincere”. Tradotto: bene il lavoro, ma non basta per guidare la coalizione. E D’Alema è ancora più esplicito nel suo endorsement a Conte: “È stato un ottimo presidente del Consiglio. Mi fido di lui”.
Il nodo vero, però, è un altro: le primarie. Perché gran parte del partito non le vuole. Il motivo è semplice e molto poco ideologico: sono un rischio enorme. Se Schlein perdesse, il Pd rischierebbe un tracollo e con il tracollo diminuirebbero i seggi e quindi il peso interno di molte correnti. Meglio evitare il passaggio, insomma, e decidere altrove.
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Non stupisce allora che dentro il partito, soprattutto tra i dirigenti più esperti, crescano i dubbi sulla capacità della segretaria di reggere il confronto con Giorgia Meloni. E infatti un dirigente dem, con una punta di sarcasmo, osserva: “Ma adesso l’hanno vista arrivare e quindi la fermeranno”. Nel frattempo si studiano anche gli equilibri futuri. Con Conte candidato premier, il Pd potrebbe puntare al Quirinale; con Bersani candidato, sarebbe invece Conte a “vedere” il Colle. Tutti hanno un possibile approdo, tutti tranne Schlein, che ufficialmente non arretra e continua a ripetere: “io passi indietro non ne faccio”. Ma attorno a lei il terreno si muove, tra correnti che marciano divise ma colpiscono insieme, vecchi equilibri che riaffiorano e nuove alleanze che si preparano. Altro che campo largo: qui il campo è tutt’altro che sgombro.
Franco Lodige, 3 aprile 2026
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