Politico Quotidiano

Ma Giuli dimentica chi lo ha messo lì

Dopo aver conquistato il trono del ministero, il titolare del Mic fatica a mantenere le proporzioni

Giuli Immagine generata da AI tramite GPT Image 1.5 di OpenAI
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La polemica sul licenziamento di due membri dello staff di Alessandro Giuli, due militanti storici di Fratelli d’Italia, uno dei quali gradito a Giovanbattista Fazzolari, appare una tempesta in un bicchiere d’acqua. Amplificata sui giornali più del dovuto: in fondo è lui il ministro e decide giustamente, in libertà, chi tenere e chi no nel proprio cerchio magico. Rientra nelle sue prerogative. Però, in queste ultime settimane, il titolare della Cultura è stato un po’ troppo al centro dell’attenzione mediatica per il ruolo che ricopre (in fondo mica parliamo del ministro delle Finanze) e per la storia politica che lo contraddistingue. Che è prossima allo zero.

Mi spiego. Tutti i governi si reggono su un difficile equilibrio, fatto col bilancino, tra ministri e sottosegretari di questo o di quel partito di maggioranza. È nella natura delle cose. Ci sono esponenti politici di peso (premier e vicepremier), dicasteri più importanti di altri (con portafoglio o senza portafoglio), presieduti da uomini di partito (vedi Giorgetti e Lollobrigida) o da figure più tecniche. Quest’ultimo è il caso di Alessandro Giuli, catapultato al Mic solo e soltanto perché il suo predecessore ha dovuto rassegnare le dimissioni per questioni amorose. Se Gennaro Sangiuliano non si fosse infilato in quell’imbuto, oggi Giuli sarebbe ancora al MAXXI o magari a fare il giornalista, come un tempo. Invece è stato fortunato (ma magari anche bravo), ha conquistato il trono e ora – come tutti i piccoli sovrani – fatica a mantenere le proporzioni.

Che Matteo Salvini o Antonio Tajani a volte alzino la voce o inneschino una polemica, anche interna, è nella natura delle cose. In fondo rappresentano le proprie comunità politiche in una maggioranza composita. Se i partiti non avessero idee leggermente differenti, farebbero tutti parte della stessa parrocchia. Compito di Meloni è quello di tirare le fila e trovare un compromesso, facendo in modo che in pubblico – e sui giornali – esca il minor numero possibile di frizioni. Ne va della tenuta dell’intera baracca. Ecco perché non ha senso che per settimane il governo finisca sui giornali, dando l’idea – giusta o sbagliata che sia, poco importa – di caos e confusione, per “colpa” di Giuli.

In principio fu Beatrice Venezi. Il direttore d’orchestra doveva essere il volto “nuovo” della destra culturale e invece di difenderla s’è trovata la prima occasione per silurarla. Grande vittoria per sindacalisti e sinistra. Poi è venuto Buttafuoco, che avrà fatto le sue scelte indipendenti sul padiglione russo, ma forse si poteva gestire diversamente la vicenda (vedi Meloni, che s’è limitata a dire: non condivido, ma è libero di fare ciò che vuole) senza inviare ispettori, alzare polveroni, dichiarare sui giornali. Poi la folle dichiarazione pubblica di Giuli contro “l’assenteista” Salvini, accusato in diretta tv di non essere mai al ministero (“Quando ho visto il suo post ho pensato che fosse Salvini che fa autocritica per scusarsi del fatto che frequenta poco il suo ministero”): un colpo basso che ha innescato una lite nella chat del Consiglio dei Ministri, prontamente rilanciata nei retroscena. E infine il pastrocchio sul film di Regeni, con il ministro impegnato a sconfessare la valutazione di una commissione indipendente dopo che per anni il centrodestra si era proposto di dare un taglio alla mangiatoia dei finanziamenti pubblici alle pellicole incapaci di stare sul mercato.

Pure il caso-staff meritava tutt’altra gestione. Non che Giuli non possa scegliersi i collaboratori, ma c’è modo e modo per avviare il repulisti. Soprattutto se gli interessati sono due nomi più o meno pesanti. Sarebbe bastato “promuoverli” altrove, o fare in modo che FdI trovasse una diversa collocazione. Non per amichettismo: solo per evitare, come successo, che stamattina Repubblica dedicasse l’ennesimo titolone alle tensioni interne al governo. In fondo anche Meloni ha atteso più di quanto avrebbe voluto per chiedere il passo indietro di Santanché e Delmastro, perché conosce l’effetto che certi addii possono avere sull’immagine pubblica dell’esecutivo.

Diciamolo chiaramente: se il nostro fosse un Paese normale, l’uscita di Giuli contro Salvini avrebbe provocato il licenziamento in tronco del ministro della Cultura. Perché va bene avere la propria autonomia, ma “il Capitano” è ministro e vicepremier grazie ai 2,4 milioni di voti che ha fatto prendere alla Lega; Giuli invece può vantarsi di esserne “collega” solo per l’incrocio di quel destino chiamato scandalo rosa. Purtroppo però i Padri Costituenti hanno pensato un folle sistema in cui, una volta nominato, il ministro è Re e Sovrano del proprio mondo. Intoccabile fino a nuove elezioni. Quindi dovremo tenerci Giuli, sperando non finisca col chiedere un finanziamento anche per un’altra imperdibile pellicola su Berlinguer.

Giuseppe De Lorenzo, 11 maggio 2026

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