Politico Quotidiano

QUIRINALE "TIFOSO"

Corte dei Conti, un’altra invasione di campo per Mattarella

Il capo dello Stato elogia i magistrati contabili dopo le critiche al governo. Dopo la partecipazione al Csm, un altro intervento che mette la sua neutralità in discussione a fronte di un esecutivo che ha pieno mandato popolare

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In occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario della Corte dei conti, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha incontrato una delegazione di magistrati contabili, sottolineando che “è un piacere incontrarvi” e rendendo omaggio alla loro istituzione per il “ruolo fondamentale che svolge per la Repubblica”. Parole istituzionalmente legittime, certo. Ma collocate nel contesto politico attuale – dopo una relazione molto critica verso le riforme del governo – assumono inevitabilmente un peso diverso.

Il punto non è negare il valore della magistratura contabile. Il punto è la percezione di equilibrio. Quando il capo dello Stato interviene pubblicamente in un momento di forte conflitto tra poteri, ogni sfumatura conta. E il rischio è che il Quirinale appaia meno arbitro e più parte in causa proprio mentre l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni dispone di un mandato parlamentare solido, confermato anche dal consenso politico più recente.

Il “codice genetico” e l’evoluzione dello Stato

Nella sua relazione, il presidente Guido Carlino ha rivendicato che la magistratura contabile “non potrà mai venir meno al ruolo assegnatole dalla Costituzione di garante indipendente della finanza pubblica” parlando di un vero e proprio “codice genetico” dell’Istituto.

La premessa è condivisibile, ma la conclusione implicita lo è meno. Nessuna istituzione pubblica può considerarsi immutabile. L’Italia del 2026 gestisce programmi come i 194 miliardi del Pnrr e affronta sfide amministrative che richiedono velocità decisionale oltre che legalità formale. Difendere il ruolo costituzionale non significa cristallizzare modelli di controllo che rischiano di produrre paralisi invece che garanzia.

Il confine delle prerogative democratiche

Carlino ha assicurato che la Corte applicherà la legge Foti di riforma della magistratura contabile ma ha auspicato “una possibile riformulazione di talune disposizioni”, mentre il procuratore generale Pio Silvestri ha affermato che “non possiamo dire che si tratti di una buona legge”.

Qui emerge una questione di fondo: chi definisce l’equilibrio tra controllo e decisione? In uno Stato democratico la risposta è chiara: il legislatore. La riforma interviene su responsabilità amministrative percepite da anni come incerte e punitive, nel tentativo di ridurre la cosiddetta paura della firma. Si può dissentire nel merito, ma trasformare una scelta politica in un presunto problema tecnico rischia di spostare il baricentro istituzionale oltre il necessario.

Il rischio del veto sostanziale

Nella relazione si rivendicano anche gli “oggettivi risultati ottimali” della comunicazione sulla vicenda del Ponte sullo Stretto di Messina dopo la ricusazione del visto.

È un passaggio significativo perché segnala quanto il conflitto sia diventato pubblico e politico. Un’opera approvata dal Parlamento può essere rallentata da rilievi interpretativi che producono effetti sostanziali sulle scelte di governo. Proprio per evitare che il controllo si trasformi in veto, la riforma introduce meccanismi di superamento del diniego. Non per ridurre la legalità, ma per riaffermare un principio: la decisione finale spetta a chi risponde agli elettori.

Scudo erariale e sanità

Carlino ha sostenuto che dopo sei anni di scudo erariale “non vi è alcuna evidenza di benefici in termini di celerità ed efficienza”, mentre Silvestri ha richiamato la necessità di maggiori investimenti in sanità e personale.

Anche qui i dati aiutano. La legge di Bilancio 2026 porta il Fondo sanitario nazionale a 143,1 miliardi, il livello più alto mai registrato, con aumenti per personale e assunzioni. Quanto allo scudo, il beneficio principale è spesso invisibile: decisioni prese che altrimenti sarebbero state rinviate per timore di responsabilità personali sproporzionate. Il confine tra analisi contabile e giudizio politico, in questi passaggi, appare sottile.

Il nodo vero: arbitro o protagonista?

Il capo dello Stato ha naturalmente il diritto di riconoscere il lavoro delle istituzioni. Ma in una fase di forte confronto tra magistrature e governo, ogni segnale pubblico contribuisce a definire gli equilibri percepiti. E la percezione conta, soprattutto quando l’esecutivo dispone di un mandato parlamentare ampio e recente.

In questo quadro pesa anche il precedente intervento di Sergio Mattarella al Consiglio superiore della magistratura, arrivato dopo anni di assenza e in pieno clima referendario sulla giustizia, con richiami alla necessità di “rispetto” verso le istituzioni che molti hanno letto come una presa di posizione indiretta nel confronto politico. Il rischio non è una violazione formale delle prerogative – che non c’è – ma uno squilibrio sostanziale nella dialettica tra poteri. In una democrazia matura il presidente della Repubblica è tanto più forte quanto più appare equidistante. Quando invece una parte dell’opinione pubblica percepisce una vicinanza a uno dei fronti in campo, il problema non riguarda il governo di turno, ma la credibilità stessa dell’arbitrato istituzionale.

Enrico Foscarini, 24 febbraio 2026

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