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Meloni accelera sulla legge elettorale: ecco cosa cambierà

Sistema proporzionale, premio di maggioranza e confronto con le opposizioni: Palazzo Chigi cerca la quadra sul nuovo modello

legge elettorale Immagine generata da AI tramite GPT Image 1.5 di OpenAI
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La partita sulla legge elettorale entra nel vivo. Giorgia Meloni vuole chiudere la riforma o almeno portarla su un binario politico chiaro: stabilità, governabilità, niente pasticci post-voto. È questa, in sintesi, la linea emersa dal vertice di maggioranza andato in scena ieri a Palazzo Chigi. Un incontro non solo tecnico, ma anche politico, perché il tema è delicatissimo: le regole del gioco. Il governo sa bene che una legge elettorale non è una pratica qualunque. Per questo, dopo il confronto interno, dalla maggioranza è arrivata la disponibilità ad aprire un tavolo con le opposizioni. Ma con un punto fermo: discutere sì, smontare tutto no. La base resta quella dello Stabilicum, cioè un sistema proporzionale con premio di maggioranza, pensato per evitare che dalle urne esca un Parlamento senza vincitori e senza una direzione politica chiara.

La ratio dell’esecutivo è semplice: chi vince deve poter governare. Non è una questione cucita addosso al centrodestra, ripetono nella maggioranza, ma una regola utile a chiunque ottenga il consenso degli elettori. Il punto, però, è proprio qui: le opposizioni sono disposte a discutere di stabilità oppure vogliono tenersi aperta la strada dei pareggi, degli accordi di palazzo e delle maggioranze costruite dopo il voto? Al vertice hanno partecipato il premier Giorgia Meloni, i vicepremier Matteo Salvini e Antonio Tajani, e i tecnici dei partiti che hanno lavorato alla proposta ora all’esame della commissione Affari costituzionali della Camera: Giovanni Donzelli e Angelo Rossi per Fratelli d’Italia, Alessandro Battilocchio e Stefano Benigni per Forza Italia, il ministro Roberto Calderoli e Andrea Paganella per la Lega, Alessandro Colucci per Noi Moderati.

Sul tavolo non c’erano soltanto le obiezioni dell’opposizione, ma anche alcuni nodi tutti interni al centrodestra. Tra questi, la suddivisione del listino — o listone — collegato al premio di maggioranza tra i partiti della coalizione e alcuni correttivi utili a rendere il testo più solido davanti a eventuali rilievi di costituzionalità. Insomma, la maggioranza vuole andare avanti, ma senza lasciare fianchi scoperti. Dopo circa un’ora di riunione, il messaggio recapitato alle opposizioni è stato quello di una piena “disponibilità” ad aprire “un tavolo” di confronto. La condizione, però, è che “vi sia convergenza sull’obiettivo della stabilità”. Per il centrodestra, infatti, una riforma elettorale ha senso se produce un risultato leggibile. Il contrario sarebbe un ritorno ai sistemi che consentono di governare anche a chi, nelle urne, non ha ottenuto una maggioranza chiara. Maurizio Lupi ha riassunto la linea: “Vogliamo aprire un dialogo” ma non si discute “sull’impianto”. Tradotto: si può parlare di correttivi, garanzie, aggiustamenti tecnici. Ma il cuore della proposta, cioè il proporzionale con premio di maggioranza, resta il punto di partenza. Per quanto concerne il premio, l’ipotesi di cui parla il Foglio è di scendere al di sotto della soglia del più 15 per cento: sul tavolo un premio del 10 per cento, superata quota 40 per cento.

Da Bratislava è intervenuto anche Antonio Tajani, che ha provato a rimettere la questione sul terreno politico. “Noi abbiamo una proposta, siamo disposti a discutere, se poi non vogliono discutere è una scelta loro. L’abbiamo sempre detto, la legge elettorale va fatta insieme all’opposizione, il compito della maggioranza è quello di fare una proposta, poi sediamoci attorno a un tavolo e vediamo che cosa vogliono fare. Altrimenti il no diventa pretestuoso”, ha dichiarato il vicepremier. Il ragionamento di Tajani è chiaro: la maggioranza presenta un testo, l’opposizione può proporre modifiche, ma non può limitarsi a respingere tutto prima ancora di sedersi. “Parliamo, discutiamo, abbiamo una proposta, fateci i vostri correttivi, ma è compito della maggioranza fare delle proposte. Noi le abbiamo fatte e siamo pronti a discutere. Da parte nostra c’è grande apertura per avere una legge elettorale che garantisca stabilità al nostro Paese e governabilità, chiunque vinca. Quindi è una legge che riguarda tutti, non riguarda noi”. Poi il vicepremier ha escluso l’idea di sistemi pensati per non far vincere davvero nessuno: “Smentisco qualsiasi ipotesi che si possa pensare a pareggi, non esistono: o si vince o si perde quando c’è una campagna elettorale e c’è un voto”.

Le opposizioni, però, almeno per ora non sembrano intenzionate a concedere aperture. I capigruppo del centrodestra a Montecitorio “contatteranno” già “nelle prossime ore” i colleghi di centrosinistra per “avviare un tavolo di confronto”, ma il clima è tutt’altro che disteso. Pd, Movimento 5 Stelle e alleati attendono mosse formali, mentre in commissione alla Camera sono già partite le audizioni degli esperti. A complicare il quadro è arrivato anche l’appello di 126 costituzionalisti, tra cui Enzo Cheli, Ugo De Siervo, Roberto Zaccaria, Enrico Grosso e Andrea Pugiotto, che hanno espresso “forte preoccupazione” sulla riforma, ritenendo che presenti “principi non conciliabili con la democrazia rappresentativa”. Un fronte critico che la maggioranza non sottovaluta, ma che non sembra destinato a bloccare il percorso.

Dal Pd è arrivata la prima chiusura netta. “Non esiste che presentino un testo che hanno scritto tutto loro e poi provino a trovare aggiustamenti con le opposizioni. Facciano tabula rasa del testo sulla legge elettorale e del premierato e allora ha senso avviare un confronto sulle regole del gioco democratico con l’opposizione. Così non ci sono le condizioni”, ha detto Alessandro Alfieri, senatore e responsabile Riforme della segreteria dem. Una posizione che, dal punto di vista del governo, conferma il rischio del muro preventivo: si chiede dialogo, ma solo dopo aver cancellato il testo della maggioranza. In pratica, prima si azzera tutto, poi forse si parla. Difficile, in queste condizioni, immaginare un negoziato semplice.

Ancora più duro Giuseppe Conte. Il leader del Movimento 5 Stelle ha attaccato Palazzo Chigi parlando di “faide interne a Fratelli d’Italia” e di una legge elettorale pensata “per provare in tutti i modi a vincere dopo la batosta del referendum”. Poi ha spostato il tiro sui dossier economici e sociali: “rincari fuori controllo a carico di famiglie e imprese, 3 anni di crollo della produzione industriale e multinazionali come Electrolux che avviano un massacro sociale con 1.700 esuberi, licenziamenti e chiusure in vista, calo degli stipendi dell’8% in quattro anni”. Infine l’affondo politico: “Il tempo di questo governo sprovvisto di soluzioni è quasi scaduto, per fortuna”.

La maggioranza, comunque, non sembra intenzionata a fermarsi. Il tavolo sarà proposto. Se l’opposizione accetterà, si discuterà dei correttivi. Se invece arriverà un altro no, il governo andrà avanti. Per Meloni la questione resta una: dare all’Italia una legge elettorale che produca governi stabili. E, soprattutto, impedire che dopo il voto si apra il solito mercato delle formule, degli inciuci e delle maggioranze nate lontano dalle urne.

Franco Lodige, 12 maggio 2026

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