Politico Quotidiano

PD senza vergogna: in piazza per Fakir, ma dice no alla fiaccolata per Monica

A Modena i dem gridano alla propaganda, altrove la cavalcano. Il solito doppio standard di un partito senza idee né credibilità

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C’è un dolore autorizzato e uno che invece deve restare in silenzio. C’è una piazza che diventa nobile testimonianza civile e un’altra che viene immediatamente bollata come propaganda. A stabilire il confine, naturalmente, è il Partito Democratico. Un partito allo sbando che anche davanti alle tragedie sembra incapace di rinunciare al suo sport preferito: distribuire patenti morali.

A Modena, dopo la fiaccolata organizzata in memoria di Monica Esposito, la donna di 55 anni rimasta vittima dell’attentato islamico di via Emilia Centro, i vertici cittadini del Pd hanno alzato il ditino. Secondo quanto riportato da Modena Today, il segretario e capogruppo Diego Lenzini e i vicecapigruppo Stefano Manicardi e Federica Di Padova hanno accusato alcuni partecipanti di aver trasformato il lutto in un’occasione di propaganda politica. Robe da matti.

Il copione è quello consueto. Cordoglio, vicinanza alla famiglia, richiesta di giustizia e poi la lezione impartita a chi avrebbe osato ricordare Monica – messa sotto dall’auto missile lanciata a tutta forza dal 31enne marocchino Salim el Koudri – nel modo sbagliato. Per i dem la sua memoria non dovrebbe alimentare divisioni, né essere utilizzata per ottenere consenso. Principio persino condivisibile, almeno in teoria. Il problema è che a pronunciarlo è un partito che applica questa regola soltanto quando la piazza non è la sua. Al centro della polemica è finito anche Luca Signorelli, l’uomo che aveva tentato di fermare l’attentatore e che durante la manifestazione avrebbe invitato a non cedere all’odio. Secondo il Pd, la sua contestazione e il successivo allontanamento dimostrerebbero che gli organizzatori erano più interessati allo scontro politico che al raccoglimento.

Può darsi che durante la fiaccolata siano stati commessi errori, ma non è questo il punto. O quantomeno non è il punto principale. Può darsi anche che qualcuno abbia alzato troppo i toni. Ma da qui a trasformare l’intera manifestazione in una specie di raduno propagandistico il passo è lungo. Soprattutto perché chi oggi pretende sobrietà dovrebbe spiegare dove fosse questa stessa prudenza quando, a Bologna, il Pd ha scelto di partecipare alla mobilitazione per la morte di Abderrahim Fakir. Una morte che non è stata ancora chiarita, al centro delle indagini e degli accertamenti del caso, ma che ha comunque consentito di trasformare una città in un campo di battaglia grazie agli appelli del mondo dem, di Lepore in primis.

In quel caso la piazza andava bene. La partecipazione politica non era una strumentalizzazione per il Pd. La presenza di amministratori ed esponenti della sinistra diventava solidarietà, richiesta di verità, esercizio democratico. A Modena, invece, ricordare Monica e chiedere sicurezza rischia di essere considerato un atto divisivo. Dunque, qual è la regola? Una tragedia può entrare nel dibattito pubblico soltanto quando conferma la narrazione progressista? La piazza è legittima soltanto quando può essere utilizzata per puntare il dito contro le forze dell’ordine, le istituzioni o il governo? E diventa improvvisamente indecente quando mette al centro una vittima e le paure di cittadini che chiedono maggiore sicurezza?

È questo il punto che il Pd evita accuratamente. Non si può denunciare l’appropriazione politica del dolore altrui e, contemporaneamente, rivendicare il diritto di mobilitarsi quando quel dolore appare utile alla propria battaglia. O la memoria delle vittime deve essere sottratta alla propaganda sempre, oppure la partecipazione pubblica è legittima per tutti. Il resto è il solito manuale dei due pesi e delle due misure. Il Pd non riesce più a offrire una risposta credibile sui problemi della sicurezza, ma pretende di decidere quali paure siano rispettabili, quali vittime possano essere ricordate in piazza e quali manifestazioni abbiano diritto alla patente di civiltà.

A forza di giudicare gli altri, però, i dem hanno smesso di interrogarsi su sé stessi. E così rimane un Pd che predica unità mentre divide, condanna la propaganda mentre la pratica e invoca rispetto per le vittime selezionando, di volta in volta, il dolore politicamente più conveniente. Le idee latitano. La coerenza pure. E la credibilità, ormai, non si vede più da tempo.

Massimo Balsamo, 30 luglio 2026

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