Quando un paio di settimane fa in preda ad un delirio di onnipotenza Sigrfido Ranucci ha scritto quell’esilarante post Facebook dal titolo «La voce che spaventa» in cui per difendersi dalle polemiche che qualche marziano in queste ore definisce “character assassination” – ma si rendono conto di cos’è stato per anni Report? – accostava la propria esperienza a quella di figure illustri come Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Aldo Moro e Piersanti Mattarella, le ovvie conseguenti polemiche scaturite da questo esercizio di megalomania si sono concentrate sull’evidente paradosso di un conduttore Rai nell’occhio del ciclone per le evidenze dei suoi stretti rapporti col mandante del finto attentato da lui subito, e i tre eroi dell’antimafia che a causa degli attentati (veri) son morti per mano della mafia stragista negli anni ‘90.
Che poi, paragonare i martiri della Repubblica alle sue penose vicissitudini è semplicemente inaccettabile. A smussare lo stridore di quel paragone ci aveva provato Travaglio, il suo fiancheggiatore mediatico, riuscendo però soltanto a dare esemplificazione del proverbio “La toppa è peggio del buco”: “Falcone ha lavorato per il governo Andreotti”, era stato il suo contributo, alludendo chissà a quale disegno mentale ed infangando la memoria di un simbolo della Repubblica e della lotta alla mafia – che di certo non lavorò per Andreotti ma per lo Stato.
Se con tanto sdegno abbiam creduto che la questione potesse lì esaurirsi, sbagliavamo di grosso. Perché se dopo quel post qualcuno ha contestato all’ego smisurato del conduttore che – a differenza sua con l’amico attentatore Lavitola – Falcone, Borsellino e Piersanti Mattarella non si sarebbero mai seduti al tavolo con i loro carnefici, oggi è lo stesso giornalista a rincarare la dose e smontare la sua narrazione assurda: raggiunto dai microfoni a margine di un evento a Cerveteri, ha rivendicato ancora una volta l’amicizia “fraterna” con Lavitola – e fin qua, ci abbiamo fatto il callo – e ha aggiunto, provocatoriamente: «Sono abituato a guardare il mondo dalle grate di un tombino, se potessi andrei a cena anche con Toto Riina».
Non c’è limite al peggio. Se con quel paragone senza rispetto e senza decenza aveva toccato il fondo, stavolta ha iniziato a consumarlo. Se non altro perché Riina è l’uomo che quei tre eroi della Patria ce li ha portati via. Che Ranucci non fosse “un puro”, come lui stesso ammette ai microfoni in queste ore, lo abbiamo capito abbondantemente nelle vicende legate a questa querelle che sta intrattenendo l’estate di tutti noi; ed io che mai utilizzerò il “metodo Report” – manettaro, valido solo per gli altri, atto a montare inchieste ai limiti della fantasia, ricostruzioni di comodo spesso fondate su illazioni, teoremi e suggestioni – non ho nulla da obiettare: senza fare i vergini, cosa dovrebbe fare un giornalista nel suo mestiere?
Rifiutare contatti indesiderati, fonti magari attendibili ma poco raccomandabili, dire semplicemente “No, grazie, io sto solo con persone perbene”? Ovviamente no, il giornalista d’inchiesta fa il suo lavoro (e il fatto che capiti possa sporcarsi, può esser sinonimo di passione e buone capacità): cerca la notizia, la sviscera ascoltando le varie versioni, i punti di vista e dà forma al caso giornalistico. Fermo restando che c’è un abisso tra i contatti professionali nell’esercizio della funzione d’inchiesta giornalistica e bramare una cena insieme ad un boss: quello significa calpestare la memoria delle vittime della mafia e il dolore di quelle famiglie che hanno pagato con il sangue la ferocia di Cosa Nostra.
Il punto comunque è un altro: il doppio standard. Come mai nella puntata del 12 gennaio 2025 Ranucci continuava ancora una volta ad accusare Silvio Berlusconi di vicinanza ai boss mafiosi – tutte suggestioni giudiziarie smontate a suon di archiviazioni – mentre ora afferma serenamente che col “capo dei capi” ci andrebbe a cena? Alla luce della rivendicata amicizia con il mandante dell’attentato-farsa a sfondo “promozionale” ai suoi danni, vien da chiedersi se Ranucci non abbia per caso dimenticato di aggiungere che magari – per contatti professionali – anche con lui avrebbe stretto amicizia. Sta qui l’ennesimo cortocircuito: Ranucci si è paragonato a Falcone, Borsellino e Moro che non solo non sarebbero mai andati a cena con Lavitola – e va da sé, mai avrebbero auspicato di finire a tavola con Riina – ma non avrebbero mai annoverato tra le loro “vere amicizie” un pluricondannato di tal fatta.
Un po’ come se Giovanni Falcone avesse dichiarato nel 1991 che Riina fosse suo amico fraterno; o come se avessimo foto di Aldo Moro a cena con Barbara Balzerani. Ranucci ci sta dimostrando il significato di “mitomania”. Nel suo caso dai connotati grotteschi che infrangono le barricate della realtà.
Francesco Catera, 27 agosto 2026
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