C’è un limite sottile che separa il diritto di cronaca dall’accanimento. E Report, ancora una volta, continua a superarlo. La trasmissione condotta da Sigfrido Ranucci, dopo aver dedicato mesi a un’inchiesta contro Vittorio Sgarbi, arriva a commentare l’assoluzione parlando di “insufficienza di prove” con un tono che lascia intendere tutt’altro: come se la sentenza fosse un dettaglio tecnico, quasi un incidente di percorso, e non il punto centrale della vicenda.
Il Tribunale di Reggio Emilia ha assolto Sgarbi dall’accusa di ricettazione relativa alla “Cattura di San Pietro” di Rutilio Manetti, un’opera del Seicento rubata nel 2013 nel castello di Buriasco. La formula è chiara: insufficienza di prove. In uno Stato di diritto ciò significa che l’accusa non ha dimostrato, oltre ogni ragionevole dubbio, la responsabilità dell’imputato. Fine.
E invece no. Nella nota diffusa dalla redazione si sottolinea che il rito abbreviato “non prevede la raccolta di ulteriori prove o nuove testimonianze”, quasi a insinuare che l’assoluzione sia il frutto di una scelta processuale e non della debolezza dell’impianto accusatorio. Ma il rito abbreviato è uno strumento previsto dalla legge, scelto liberamente dalla difesa e perfettamente legittimo. Non è un escamotage, non è una scappatoia: è una delle forme attraverso cui si amministra la giustizia in Italia.
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Ancora più grave è l’affermazione finale: “A prescindere dalla sentenza resta il fatto che il collezionista Sgarbi possedeva un’opera rubata”. A prescindere dalla sentenza? Davvero? In uno Stato di diritto la sentenza non è un elemento accessorio del racconto: è l’elemento decisivo. Se un tribunale assolve per insufficienza di prove, non si può liquidare quel passaggio come irrilevante rispetto alla narrazione costruita negli anni.
Il giornalismo d’inchiesta è una risorsa preziosa. Ma proprio perché è prezioso dovrebbe essere il primo a rispettare fino in fondo le decisioni della magistratura, anche quando non coincidono con l’impianto investigativo costruito in trasmissione. Mettere implicitamente in dubbio una sentenza, suggerendo che il dibattimento non abbia “aggiunto nulla di nuovo”, rischia di trasformare il racconto giornalistico in una forma di processo parallelo.
È legittimo attendere le motivazioni. È legittimo informare sull’eventuale ricorso della Procura. Non è legittimo, invece, lasciare nell’opinione pubblica l’idea che l’assoluzione sia quasi un’anomalia da ridimensionare. Il garantismo non può essere a corrente alternata. Se si invoca la legalità quando un’inchiesta colpisce un personaggio pubblico, la si deve rispettare anche quando quel personaggio viene assolto.
Altrimenti non è più informazione. È accanimento, bello e buono.
Salvatore Di Bartolo, 17 febbraio 2026
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


