Altro che immunità parlamentare o “attacco alla democrazia”. La polemica che travolge Ilaria Salis prende una piega diversa e molto più delicata: quella del suo collaboratore finito suo malgrado al centro del caso. E, soprattutto, della sua compatibilità con le regole del Parlamento europeo.
L’affondo di Fratelli d’Italia
A sollevare il tema è il capogruppo di FdI alla Camera Galeazzo Bignami, che va dritto al punto: «Più passano i giorni e più è chiaro perché sabato Ilaria Salis abbia frignato in quel modo quando la Polizia ha bussato alla sua camera d’albergo: riguardava il suo assistente pregiudicato. Altro che immunità da europarlamentare, tutela del suo ruolo e difesa della democrazia». E ancora: «Chiarisca sul suo collaboratore pregiudicato. Davvero ha assunto un personaggio che gli stessi giudici ritengono un violento? Pretendiamo risposte». Sulla stessa linea anche Giovanni Donzelli, che annuncia un’interrogazione parlamentare e rilancia: «L’assistente, pagato con i soldi pubblici è un pregiudicato, arrestato e condannato nel 2015 per violenza privata e interruzioni di pubblico servizio aggravato. La sinistra si ritiene così una casta da ritenere intoccabili pure i pregiudicati?».
La difesa di Salis
L’eurodeputata respinge le accuse e ridimensiona: «Bonnin è un mio collaboratore» che «ha un dottorato in Scienze Politiche internazionali» quindi qualificato «per svolgere l’incarico che gli ho affidato». Poi però l’ammissione: «Ha qualche piccolo precedente legato a manifestazioni, risalenti a più di dieci anni fa in quanto faceva parte dei collettivi studenteschi. Direi a Fratelli d’Italia di guardarsi in casa prima di guardare gli altri».
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Insomma: niente da rimproverarsi. Anzi: «Il controllo di sabato mattina ha una valenza intimidatoria. In Italia è in corso un’erosione democratica», ha detto l’eurodeputata in radio, negando però che ci fossero precedenti segnalazioni a Bruxelles.
Il nodo Bonnin: non solo precedenti
Lungi da noi voler guardare alle relazioni private di Ilaria Salis. E non faremo certo noi i moralizzatori. Però secondo quanto ricostruito da Open, il caso non si fermerebbe al passato giudiziario di Ivan Bonnin — condannato nel 2015 a sei mesi (poi convertiti in 15mila euro) per violenza privata e interruzione di pubblico servizio aggravata — ma investirebbe direttamente le regole del Parlamento europeo. Bonnin, attivista ed ex militante dei collettivi universitari, oggi è assistente parlamentare accreditato a Bruxelles e quindi retribuito con fondi pubblici europei. Ed è qui che si apre il vero fronte.
Sempre secondo Open, le norme interne del Parlamento europeo — in particolare l’articolo 43 delle misure di attuazione dello Statuto dei deputati — fissano paletti molto rigidi: non si possono assumere non solo parenti, ma neppure “partner stabili”.
Il punto, quindi, non è solo chi sia Bonnin o cosa abbia fatto in passato. Ma quale sia il suo rapporto con la stessa Salis. “La stabilità del legame affettivo tra Salis e Bonnin, suggerita dalla condivisione della camera d’albergo e dalla lunga militanza comune, potrebbe configurare un caso di nepotismo – scrive Open – Se venisse accertato che Bonnin è il compagno dell’eurodeputata, il contratto di assistenza risulterebbe nullo e la Salis potrebbe essere chiamata a restituire le indennità erogate, poiché i fondi UE non possono essere utilizzati per sostenere finanziariamente la cerchia affettiva del parlamentare, indipendentemente dalle competenze professionali del soggetto”.
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


